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I grovigli interiori di "Nina" Simone. Alla ricerca dell'ultimo applauso

RADICONDOLI - “Feelings, nothing more than feelings, Trying to forget my feelings of love, Teardrops rolling down on my face, Trying to forget my feelings of love”.
Montreaux 1976. La camera insegue Nina Simone, la spia, sembra voler cogliere il suo respiro, asseconda i suoi movimenti, le pause, i silenzi, le espressioni del suo volto; ma c’è un dettaglio che, più di altri, ci fa affondare: i suoi occhi scuri e profondi come le sue ombre, come i suoi pensieri; occhi che colano, come pece calda, una sofferenza liquida, densa, difficile da staccarsi di dosso; occhi che urlano un dolore muto, distanti rispetto alla leggerezza delle mani che disegnano sulla tastiera, rispetto a un accenno timido di sorriso. Sorride Nina, è una questione di pochi secondi, la luce del suo viso cambia per poi rifugiarsi di nuovo in una malinconia quasi violenta.
Credo che gli applausi silenziosi siano l’unica cosa che conta” (Alfred Jarry).nina3
Nina Simone non è Edith Piaf, ma aveva la sua stessa straziante dolorosa cappa del vivere. Non è Mina, ma aveva la sua stessa repulsione verso la morbosità e il fanatismo iconico dei fan, non è Marylin ma ha negli occhi la stessa vaporosa pensosità. Non è Aretha Franklyn, che ancora cavalca l’onda, non è stata autodistruttiva come Janis Joplin, non ha la verve potente di Patty Smith, non è consumata come Billie Holiday.
Chi ha avuto successo non ode che gli applausi. Per il resto è sordo” (Elias Canetti).
Una cantante che non voleva cantare. Infatti, sulla scena, ci sono le aste ma senza i microfoni come a voler silenziare quella voce, quello che tutti volevano ascoltare, rubandole l’anima, l’intimo, il recondito. Sullo schermo un pupazzetto di plastilina si muove come manichino o fantoccio in miniatura, con movenze scheletriche e robotiche sempre uguali a se stesse. Nina si sente in trappola, ingabbiata in un ruolo, chiamata e voluta soltanto per la sua voce. Soffre il fatto che al mondo non interessino le vicende che animano il suo io più nascosto, la questione dei neri in America soprattutto. Si sente usata e vuole uscire da quel giro-vortice che la sopraffà, la ghettizza nella sua bolla di sapone dorata, la chiude in un cerchio, come la Luna tonda e gonfia come una palla su questo muro di mattoni rossi dove si staglia il nero della sua Ombra della Sera.
Applauso. L’eco di un luogo comune” (Ambrose Bierce).
Sara Borsarelli è “Nina” e sembra essersi concentrata proprio su quegli occhi smarriti per dare vita alla sua personale interpretazione della cantante, un personaggio complesso, complicato, doloroso, pieno di contraddizioni emotive. È un vulcano pronto ad esplodere, la sua gestualità è minimale ma carica di grande forza; lavora per sottrazione mettendo in scena la donna e non il personaggio, senza caricature, senza enfasi, asciugando fino all’osso, anche quando canta, i patemi e le illuminazioni della Simone.
La fama è ciò che resta della popolarità, spenti gli applausi” (Roberto Gervaso).
Nina1E Nicola Russo è un bravo sarto nel tessere una trama sempre sul filo, intenso ed evocativo ma mai patetico, di racconto-ricordo biopic, mai lacrimevole, che non cede a quello che poteva essere un facile escamotage: le immagini della cantante in azione, un musicista in scena per far scattare il brivido delle note sulla pelle. Nina, che voleva solo il piano senza la voce, è raccontata soltanto attraverso le sue parole, di vita o a cappella, senza che nessuna strumentazione possa entrare in conflitto con quell’anima tormentata, quel soul noir che impregnava i suoi sguardi, sempre altrove, quei gesti jazzati lenti senza essere calcolati, quel fado che scorgeva dalle retine, sempre un po’ lontane e distanti, mai in contemporanea con il proprio corpo.
Russo (testo e regia) scava in profondità con una delicatezza percepibile, ricercando e analizzando gli attimi (documentati) più pregnanti, i pensieri e le pulsioni dell’artista durante quel memorabile concerto dopo otto anni di assenza volontaria.
Siamo dalla parte della Simone, in un triangolo di movimenti che la vedono in un’attesa tremante prima dell’ingresso sul palco, al pianoforte, nel rapporto diretto e frontale con i presenti; siamo nei suoi pensieri carichi di ansia, pronti a scollarsi, a sgretolarsi alla ricerca di un applauso in cui riconoscersi; siamo nel gorgo della sua bipolarità, dove l’odi et amo verso la platea è solo uno dei sintomi più evidenti (“non mi avete dimenticata”, chiede al pubblico che teme e, al tempo stesso, desidera fagocitare). Qui non si parla della star, ma dell’individuo che rifiuta il ruolo che le è stato cucito addosso da un sistema. “Nina” è un racconto in bianco e nero, capace di tratteggiare la sua esistenza logorata. Il tutto alla ricerca di un applauso che non ristora, non placa, non basta mai: “Anche la follia merita i suoi applausi” (Alda Merini).

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29/07/2016

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