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Nicoletta Braschi e Beckett: una Winnie in giorni non troppo felici

Per una raccapricciante coincidenza, anche se sarebbe meglio dire per una (tragica) ironia della sorte, ci si trova a parlare di Beckett e dei suoi Giorni Felici, portati in scena da Nicoletta Braschi nei panni della protagonista Winnie, mentre la cronaca italiana delle ultime ore ne descrive di terribili.
C’è un campanello nel testo di Beckett, scritto nel 1961 e ancora spietatamente bellissimo, che trilla ogni santo giorno per svegliare Winnie e suo marito Willie, dispersi in un angolo del mondo di rara desolazione, lei, ricoperta di terra fino al seno, lui, ridotto a strisciare da quel cumulo sino ad un vicino “buco” dove va a cercare riparo dalla luce come farebbero le bestie. C’è una “luce violenta”, sempre. Tutto di quel non luogo è lambito da una positività assoluta. In questo senso non sembra poi così straniante vedere l’attrice della Fata Turchina sbucare da quel monticello di arena mentre, sognante e un po’ svampita, inizia la rassegna quotidiana del contenuto della sua borsa: spazzolino da denti, rossetto, cappello, spazzola, rivoltella, occhiali. E poi, “cantare” in monodia, il torrenziale monologo beckettiano, senza altrettanta e pure necessaria luminosa violenza nelle parole, in un allestimento che scandaglia scolastico il dettato dell’autore.
La giornata dei coniugi Winnie e Willie – quest’ultimo interpretato da Francesco Paglino – si sviluppa così, nella sclerotizzazione delle azioni di sempre, condannati a non poter far altro che esserci, e a riempire d’ambiziose querelle linguistiche sulla differenza fra pelo e peli un vuoto d’azione che, altrimenti, darebbe la vertigine. Un’altra parentesi del caso, quella di un testo così sorridentemente crudele, fotografata qui in uno stile invece molto meno pompier rispetto a quello auspicato da Beckett, con un paravento di lamiera sul fondo a simulare il covo dentro cui si ricaccia a fatica Willie per rifuggire all’irrefrenabile rigurgito linguistico della moglie e a quel luogo desertico perennemente lambito da un “sole d’inferno”. nicoletta braschi 1
Aspettare che tutt’intorno cambi, che il tempo passi per permettere ad altra sabbia di ammonticchiarsi sulla cunetta che tiene Winnie prigioniera, aspettare di non essere nemmeno più in grado di presidiare agli immancabili appuntamenti col gioco del dentro e fuori dalla borsetta, di non poter sfoggiare il seno nel corpetto sbrilluccicante, di non poter fare altro che servirsi del “caro vecchio stile” di obsolescente retorica o del volto esasperato alle più improbabili espressioni per comunicare ciò che il corpo non può più, cosa che Braschi comunque non manca di fare nel secondo atto. A quei mutilati beckettiani del periodo post bellico, non restava che parlare e aspettare, e nel farlo non smettere di essere luttuosamente comici, e pure assurdamente veri, perché come diceva chi tramite la penna gli aveva dato la vita “non c’è niente di più comico dell’infelicità”. Da cos’è che si destassero, non si sa, così come ignota resta la provenienza del suono di quella sveglia maledetta, allarme mortale dell’inizio di un ennesimo giorno felice. Gli umani sono brandelli sparati nell’aria e finiti per caso da qualche parte, in posto che non accenna minimamente al caos, semmai alla morigerata compostezza d’una donna che srotola la lingua mentre è bloccata nella terra chissà perché e da chissà quanto tempo. La Winnie braschiana, biondissima e angelicata per tradizione, incastonata nel dispositivo costruitole attorno dal regista Andrea Renzi, vive la sua sconsolante felicità comunque poco crudamente, specie nelle lancinanti resistenze alla rivoltella potenzialmente liberatoria, che resta davvero un oggetto dimenticato fra gli altri, pure nel suo essere così sensualmente a portata d’arto.
Nel frattempo le notizie dal mondo giungono in quel ritaglio di stagnante quotidianità, dai resoconti del giornale letti da un non troppo verboso e annoiato Willie, proprio come quando fuori impazza un’epidemia o chissà cos’altro, e le piccole paranoie, le ipocondriache tirate sull’igiene di uno spazzolino (“autentica... garantita... genuina... purissima” continua a ripetere Winnie) diventano esorcismi contro la paura del vuoto; gli oggetti confortanti sono tutti stati raccattati nelle immediate vicinanze, mentre la pericolosa voglia di tumularsi in un giorno felice a parlare nel solito vecchio stile non è più solo la trama di un altrettanto solito vecchio dramma dell’assurdo.

Gabriella Longo

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