Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 767

Nel tempo degli Dei - Marco Paolini e il calzolaio di Ulisse

Marco Paolini porta in scena le memorie e i racconti di un Ulisse non più guerriero, ma vecchio e pellegrino che nella strada verso l'Olimpo incontra un giovane uomo. Un pastore che conosce le vicende dell'esilio, ma che è curioso di sapere i retroscena del mito epico, partendo fin dal principio con il pomo della discordia di Paride che scatenò la guerra di Troia.

Il racconto si presenta come un intreccio che potrebbe essere paragonato alla tela, che la moglie Penelope tesseva in attesa del ritorno del suo amato, tanto quanto l'attore drammaturgo disfa le gesta del Re di Itaca, inframezzando la storia con citazioni al quotidiano con un linguaggio contemporaneo.

Nel tempo degli dèi – il calzolaio di Ulisse, che si avvale della regia di Gabriele Vacis, possiede un crescendo ritmico per accumulazione con pochissime decorazioni.

La scenografia è molto spoglia, ed è formata da quattro grandi pannelli metallici che pendono alle spalle del piccolo palchetto dove si esibisce il coro, che per l'occasione si è trasformato in una band con influenze gitane.

I pannelli sullo sfondo durante la messa in scena, si trasformano in veri oggetti di scena, che vengono suonati per ricreare i rumori della tempesta che travolge Ulisse e i suoi compagni d'avventura. Periodicamente dall'alto cala anche un telo bianco, schermo di proiezione per le onde nel mare e che aiuta nel gioco delle luci che spaziano dal blu, al verde e al bianco freddo per le scene più drammatiche e di dialogo tra i personaggi sul palcoscenico.

Da metà spettacolo, quando Ulisse racconta il suo arrivo a Itaca, il palco viene invaso dai Proci che non vengono recitati da nessuno. I 108 giovani nobili sono rappresentati dalle coperte termiche che cadono dal soffitto, quei teli di carta stagnola in alluminio che si usavo per avvolgere e riscaldare le persone quando vengono soccorse in mare.

Il regista Vacis, quindi, usa tutti gli artisti presenti sul palco, superando le divisioni nette tra musica e parole per creare un'unica grande partitura, dove ogni singolo interprete diventa funzionale alla storia.

Questa spettacolo teatrale di Paolini è stato registrato al teatro Arena del Sole di Bologna nel febbraio 2020 e attualmente è disponibile sulla piattaforma di Raiplay.

È un Ulisse diverso dall’immagine a cui siamo abituati quello che porta in scena Marco Paolini, non è più l’uomo dall’agil mente che a lungo andò vagando, ma è un uomo stanco, più anziano, pronto a compiere il suo destino.

È Paolini stesso a non presentarsi come l’eroe della tradizione, ma come il suo calzolaio, un viandante che da dieci anni cammina senza meta come predetto da Tiresia, l'indovino cieco. Questo Ulisse errante e ormai invecchiato predilige non svelare la propria identità, nascondendosi dietro racconti inventati, parole simili alla verità, storie reinterpretate che narra a un giovane incontrato sulla via, che si rivelerà infine essere Hermes (Vittorio Cerroni).

Il Calzolaio di Ulisse ci appare in scena all’inizio dello spettacolo sulle note di canti greci, con un remo usato come un bastone, mentre trascina un ragazzo, che nel corso della storia si rivela essere Telemaco (Elia Tapognani), suo figlio.

Paolini ci mostra un Ulisse antieroico e ironico, dall’aspetto trasandato, con un marcato accento veneto, stanco e intollerante al lattosio, col risultato di una interpretazione che mostra un’immagine più umana del leggendario eroe artefice di tranelli e inganni. E questa umanità la sceglie e la rivendica, condannando gli Dei con la rabbia di chi ha sprecato una vita rincorrendo le proprie ambizioni. È umano quando si ribella agli Dèi, ma cerca di capire le azioni di Atena, è umano con il figlio Telemaco, è umano con la moglie Penelope.

La presenza scenica dell’attore è imponente e non ha bisogno di elaborati oggetti o costumi scenici, indossa dei semplici abiti scuri e una giacca sgualcita: Paolini mostra così il magistrale lavoro sulla voce, sulla parola, sul mito. Ulisse è reso come un personaggio stanco, dai movimenti lenti e controllati, come se ogni suo gesto fosse la trama di un racconto.

È Paolini stesso, insieme a Francesco Niccolini, a curare la drammaturgia di questo spettacolo, rielaborando la tradizione, proponendo una versione che cerca di trovare dei punti di contatto con la realtà contemporanea, partendo da un linguaggio ricco di riferimenti tipici di un pubblico più giovane.

Così l’Ulisse di Paolini diventa metafora dell’uomo odierno testimone di una società in decadenza.

Se ci riferiamo all’antichità, nell’ambito del teatro greco antico - da dove tutto è nato e il tutto si è trasformato - il coro era formato da un gruppo omogeneo di personaggi, detti coreuti, che agivano collettivamente sulla scena insieme agli attori, cantando e ballando all’unisono. Guidati dal corifeo, il coro greco aveva la funzione di commentare ciò che avveniva sulla scena e talvolta interveniva direttamente nell'azione.

In questo rifacimento di un Ulisse non più Ulisse e di un’Odissea scardinata dalla sua epicità e classicità, uno dei ruoli cardine di tutta la rappresentazione è proprio quella rivestita dalla componente musicale, il coro di cui si è detto prima, che come ai tempi delle prime tragedie di Eschilo, dove in scena c’era uno o al massimo due attori, diviene parte integrante dello spettacolo e interpretazione degli stessi personaggi principali. Sono Saba Aglana, Lorenzo Monguzzi, Elisabetta Bosio e Vittorio Cerroni il complesso di voci che si muove contemporaneamente, in una lingua che ricorda

un greco antico, alternando ripetitività soave e armoniosa ad attimi crudi e brutali. Due donne e due uomini, rivestiti da abiti completamente differenti tra loro, da gonne lunghe che ricordano quelle di una gitana a materiali in pelle nera che si riportano a un immaginario di un gruppo dark punk, che raccontano tutta la vicenda, accompagnando i momenti essenziali della narrazione e trasportando il grande poema di Omero nel bacino della nostra contemporaneità.

I quattro personaggi, spogliati da esseri umani e raffiguranti entità soprannaturali, se da un lato si comportano come un vera band musicale, in un reale concerto tra chitarre, bassi e note che toccano le corde più disparate fra loro, dall’altro assumono forma singolarmente. Saba Aglana si impossessa della maga Circe, nonché di Calipso e della amata e ormai stanca moglie Penelope (diventando protagonista anche di tutti gli altri personaggi femminili); Vittorio Cerroni è Ermes, il re dei social; Elisabetta Bosio interviene nel ruolo di Atena e Lorenzo Monguzzi diventa il vecchio aedo Femio, colui che nell’Odissea aveva il compito di intrattenere gli abitanti del palazzo reale con i suoi racconti, e in questo caso, singolare nella sua unicità, i fruitori dello spettacolo.

La frase che rimbomba e chiude tutto lo spettacolo è forse quella di Calipso che con uno sguardo crudo e immobilizzato dice al suo vecchio amato: “Comunque hai sbagliato tutto” anche se, possiamo affermare che il trio Paolini, Niccolini e Vacis non abbia fallito con un adattamento così distaccato dal reale.

NEL TEMPO DEGLI DÈI. Il calzolaio di Ulisse

di: Marco Paolini e Francesco Niccolini

con: Marco Paolini

e con Saba Anglana, Elisabetta Bosio, Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi, Elia Tapognani

regia: Gabriele Vacis

musiche originali: Lorenzo Monguzzi

con il contributo di: Saba Anglana e Fabio Barovero

scenofonia, luminismi, stile: Roberto Tarasco

aiuto regia: Silvia Busato

luci: Michele Mescalchin

fonica: Piero Chinello

assistenza tecnica: Pierpaolo Pilla

direzione tecnica: Marco Busetto

prodotto da: Michela Signori

durata: 2h

Manuela Poidomani, Noemi Spasari, Simona Adele Tavola, 16 aprile 2021

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Digital COM