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My Generation - Capitolo 2 - Seriale: la violenza e il mito contemporaneo del serial killer

La mitologia contemporanea e la psicologia del serial killer sono i temi centrali da cui si sviluppano i tre allestimenti di My Generation, il saggio, a cura del Maestro Francesco Manetti, che gli allievi registi di terzo anno dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica "Silvio D’Amico" hanno realizzato in collaborazione con gli allievi attori del primo anno.

Giunto al secondo capitolo, il progetto My Generation continua a sviscerare le potenzialità sceniche della violenza umana, questa volta con tre drammaturgie originali ispirate a reali assassini seriali: Fritz Harmaann, Edmund Kemper e Andrew Cunanan.

Il primo spettacolo, La luna di Fritz, è scritto e diretto dall’allievo Danilo Capezzani con la collaborazione dell’assistente drammaturgo Alessio Moneta e già nel titolo evoca chiaramente il Licantropo di Hannover, Harmaann. Notevole è in questo caso lo sforzo di regia che riesce a creare l’illusione di una comunicazione fra tempi e spazi differenti: da un lato l’intenso l’io narrante di un folle Harmaan, interpretato da Francesco Brullo, e dall’altro la ricostruzione delle sue terribili gesta. Su due piani diversi, verbale e performativo, viene rappresentato il medesimo il rito morboso fra vittime e carnefice ed è così che lo spettacolo nel suo insieme riesce a trascinare il pubblico nell’abisso mentale dell’omicida.

Il secondo spettacolo, Totem, compie un salto storico di circa mezzo secolo verso l’agghiacciante storia di Ed Kemper come simbolo patologico del "maschio castrato", valida oggi come negli anni Settanta. L’arguzia, la folle consapevolezza e la cinica lucidità di Kemper traspaiono perfettamente nel testo di Matilde D’Accardi e nel personaggio interpretato da Gabriele Pestilli. Anche in questo caso, il regista Federico Orsetti sceglie una sovrapposizione di tempi e spazi, mostrando tuttavia in maniera più netta, attraverso codici illuminotecnici, la distinzione fra il presente e i flashback. Pur se estrema nella sua evocazione, la violenza non colpisce mai direttamente il pubblico e forse anche per questo rimane impressa a un livello più profondo, psicologico, come rimane impresso visivamente l’emblematico totem finale.

Infine, Dopo di me il diluvio, diretto da Caterina Dazzi e scritto da Marco Fasciana, mette in scena un interessante intreccio di monologhi paralleli e indipendenti, idealmente pronunciati in tempi diversi dallo stesso personaggio, Andrew Cunanan, intrepretato da sei diversi attori, al momento dei suoi cinque omicidi e del suo suicidio. È uno spettacolo che si sviluppa per sottrazione, su una scena nuda in cui è solo l’intensità delle parole a evocare sia il contesto della Miami anni Novanta sia le situazioni violente che sono il fulcro dello spettacolo. Il richiamo a Gianni Versace è evidente già nel riferimento al suo assassino, ma costituisce solo l’apice di una riflessione psicologica più complessa sulla spasmodica ricerca di successo e visibilità attraverso gesti eclatanti e irreversibili. Si tratta di un’idea complessa, nel senso che richiede forse allo spettatore una maggiore conoscenza delle vicende biografiche del protagonista e richiede al contempo uno sforzo di interpretazione iniziale che, tuttavia, una volta effettuato permette di apprezzare ancor di più la costruzione asciutta, essenziale e brutale della messa in scena.

Valeria Verbaro, 14/04/2019

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