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"MURA": il ritorno di Riccardo Caporossi contro ogni divisione

Sin dagli albori della storia, il muro è stato simbolo di divisione, ostacolo, incomunicabilità fra gli uomini. La costruzione di cento, mille muri nelMURA4jpg mondo hanno forgiato il corso degli eventi e forse, ancor di più, la loro agognata distruzione. Parte da qui MURA spettacolo ideato e diretto dal teatrante-artigiano Riccardo Caporossi, in scena presso l’evocativa Sala Squarzina del Teatro Argentina fino al 1° aprile. L’opera costituisce un dittico insieme a “Forme”, in scena la scorsa estate al Teatro India.

La pièce, produzione di Teatro di Roma, ricrea in scena un vero e proprio quadro visivo, una “scatola teatrale” dove, illuminato da un grosso faro posto in alto, si erge un muro composto da 50 mattoni. È proprio sopra di esso che si svolge la scena: mani, bottiglie, scalette, cannocchiali, bastoni, ombrelli, cappelli e altri oggetti vi passano sopra come piccoli animali furtivi. Le loro ombre, proiettate su una superficie bianca illuminata sullo sfondo, mutano in forme fantasiose e distorte, che riportano a un mondo fiabesco e infantile. A parte la voce narrante all’inizio e alla fine, lo spettacolo è un gioco poetico e silenzioso senza trama, a volte accompagnato da melodie evocative. Non c’è retorica né morale: lo spettatore è abbandonato alla pura visione dei movimenti dei gesti, dei piccoli oggetti e delle abili mani da demiurgo che spuntano, spostano i mattoni, danno vita a piccole costruzioni e poi le demoliscono, con inesorabile leggerezza. Così come l’uomo, in grado di creare e poi distruggere imperi secolari, città grandiose, paesi sconfinati: che cosa sarà mai, al confronto, un semplice muro? E non è forse vero che la storia non solo dell’uomo, ma dell’universo, è un continuo processo di costruzione e distruzione?

Con “MURA” vengono riportati in scena i mattoni quarant’anni dopo “Cottimisti” (1977), una delle opere più significative della lunga ricerca teatrale di Riccardo Caporossi. «In quello spettacolo – ricorda il regista - costruivamo in scena un muro vero con 1000 mattoni. Dietro quel muro apparivano un paio di mani che, con l’alfabeto dei sordo-muti, lanciavano un messaggio oltre il confine. Alla fine calava una grande sfera di metallo, sospesa tra il pubblico e il muro. Una provocazione, un suggerimento per abbatterlo. Di lì a 12 anni fu abbattuto il Muro di Berlino». Come spiega Caporossi, “MURA” è un dettaglio di quel muro, un «primo piano di memoria» che riporta tutti a usare la mente e la propria conoscenza. Perché se è vero che il muro più famoso del XX secolo è stato abbattuto, nel 1989, a Berlino, ancora tanti muri resistono ancora oggi, spesso invisibili. Barriere e discriminazioni verso chi è altro da noi – veri e propri insulti al mito di società libera e aperta nella quale ci vantiamo di trovarci. A volte sono evidenti, altre volte stentiamo a riconoscerli, perché da troppo tempo ci sono cuciti addosso nei nostri costumi, nella morale, negli ingranaggi delle nostre tradizioni. Per individuarli non ci resta che guardare più da vicino, affidarci al lume della ragione e a tutta l’empatia di cui siamo capaci. Solo allora riusciremo a infrangerli, o semplicemente ci accorgeremo che non esistono più.

Michele Alinovi 14/03/2017

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