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Moby Dick del Teatro dei Venti: l'imponente nave diventa balena

MODENA - Che il capitano Achab sia l'altra faccia della medaglia della balena Moby Dick è un fatto intimamente accettato e freudianamente accertato. Dall'idea intrinsecamente psicologica, il regista Stefano Tè, con la sua ciurma (qui è proprio il caso di dirlo) del Teatro dei Venti, l'ha messa in pratica concependo un meccanismo di ingranaggi e macchinari, di dispositivi e macchinerie sceniche che non solo hanno reso possibile l'evento (perché di un grande, gigantesco, colossale, mastodontico appuntamento per Modena si è trattato; oltre mille spettatori in piazza Roma, simbolicamente davanti all'Accademia Militare) ma anche riuscendo, materialmente, scenicamente, visivamente, esplicitamente, nel difficile compito di ribaltare, di far compenetrare nave e balena, di far unire preda e cacciatore, di assottigliare talmente tanto quella linea sottile di demarcazione, quella frontiera labile, quel confine impercettibile tra baleniera e cetaceo, quel limbo osmotico, quell'imene fragile tanto daMoby1 appaiare le due anime così antitetiche e distanti, farle combaciare in un unicum, in un indistinto magma dove chi rincorre è esso stesso chi è rincorso, in un continuo, vorticoso, spericolato pensiero di rimandi e ritorni, di accelerate e trasposizioni, traslazioni e traslitterazioni. Un impianto poderoso che ha visto sulla scena (tre anni la lavorazione) venti bambini, dieci anziani, dieci richiedenti asilo, una decina di detenuti (Stefano Tè da dodici anni tiene workshop e corsi nelle carceri di Modena e Castelfranco Emilia), una ventina di attori e performer compresa una band musicale di diversi elementi che hanno creato un tappeto sonoro che si faceva esso stesso drammaturgia inquietante e corrosiva, ansiosa e carica, energetica e potente.

Un grande ammasso di impegno, a tutti i livelli, politico, organizzativo, artistico, teatrale, ha portato il Teatro dei Venti a fare quel salto di qualità necessario. Messi davanti all'ostacolo hanno saputo benissimo affilare armi e competenze per creare un prodotto d'impatto, un Kolossal da grandi platee all'aperto, pronto a sbarcare nei grandi festival europei. L'idea centrale, semplice nel suo divenire e dispiegarsi ma complicata nella realizzazione, è stata quella di trasformare, con una serie di spostamenti e incastri, costruzioni in divenire, aste, brugole, funi e cavi, tiranti d'ingegnerie e carpentieristica applicata, la nave di Achab nella balena bianca. Facile a dirsi, meno a farsi. Il tutto ha avuto un costo di produzione di 240.000 euro, in parte cofinanziato dal partner internazionale del festival lituano di Klaipeda.

Moby3Il clima è da tempesta perfetta. "Guarda i muscoli del capitano, tutti di plastica e di metano", ti verrebbe da dire. "E' tutto qui quello che sai fare?", ti verrebbe da urlare al cielo come Truman nel suo involontario show esistenziale. Ci sono i percussionisti a colpire barili enormi che risuonano e rincuorano, prendono il tempo del cuore sfasato, alterano il respiro e lo allineando alle grandi bordate in stile Stomp che stoppano il fiato, che sospendono l'aritmia delle retine. Pare di essere su un galeone, anche noi a (t)remare nella stiva. "Quindici uomini sulla cassa del morto", ti verrebbe da cantare. L'atmosfera è più piratesca che picaresca, qui l'avventura lascia il passo alla ricerca del sé tra i budelli dell'anima e della coscienza. Si sente, tangibile e sanguigno, l'arrovellarsi livoroso, rancoroso e vendicativo di Achab caduto nel suo stesso oblio, scivolato per quarant'anni (come Mosè disperso nel deserto alla ricerca della sua terra promessa), i dubbi amniotici, i punti interrogativi amletici, tutto quel contrasto che blocca e spinge, che frastaglia e spezza, argina e straripa. Intanto le carrucole e i cavi si alternano con i trampoli (s'affrescano Gambadilegno e Capitan Uncino) e con i secchi d'acqua (s'affaccia "Fantasia" di Disney), le lance e i giavellotti, gli arpioni a ferire, gli occhi stretti a scrutare il fondo del mare (l'immenso imo del proprio io), il largo dell'orizzonte che si increspa, il futuro che si oscura presagendo nubi spesse e cariche di cattive notizie senza bonaccia.

Tirano, spostano, s'affaticano questi attori-performer-acrobati (il messicano Alberto Martinez che alto sull'albero maestro compie evoluzioniMoby4 mirando al cielo, il tedesco Hannes Langanky-Ismael che salta, combatte, recita in italiano e suona il violoncello), saltano, lottano con le aste, combattono con le spade, corrono sui trampoli, montano, smontano. Vederli all'opera è uno spettacolo nello spettacolo. Potremmo inserire i Venti tra Cirque du Soleil e la prima Fura dels Baus. E prima nascono, dal basso della piattaforma-isola, gli alberi della nave, poi si trasformano nella colonna vertebrale della balena che emerge, come per riprendere fiato, dal fondo degli abissi, finalmente affiora in tutta la sua magnificenza e si mostra, con le sue lunghe costole (disegnano quasi una grotta, anche questa dagli innumerevoli rimandi ancestrali psicologico-antropologici), la testa imponente, la coda ritta a saggiare l'onda, le correnti, la schiuma. Non può non saltare alla mente Pinocchio (anche se lì era un pescecane). Cadono le torri, s'issa magnifico il mammifero gigante dei mari, emerge come un brutto incubo, come un trauma che finalmente trova la sua esplicazione ed espiazione, il suo esorcismo, la sua pace, l'accettazione: "Non c'è gioia senza pena", ci ammonisce il capitano in preda alle convulsioni disperate dell'ultimo colpo di coda.

Moby5Achab finalmente riesce a vedere quello, Moby Dick, che non riusciva a scorgere perché sepolto dentro di lui, sotto cumuli, sotto strati di stracci, sotto la sabbia come fa lo struzzo, sotto le macerie del tempo, sotto la cenere. Troppo abbagliante per poter essere decodificata, talmente vicino da dover guardare lontano per cercare una formula, una via di fuga, la rincorsa all'altro fuori di sé, per non guardarsi dentro. E' l'illusione che guida la mano malferma di Achab, sconfitto, che lo porta a farsi inglobare dalla balena, gettarsi tra le sue fauci per ricongiungersi a ciò che non era riuscito a prendere, ad afferrare, a mordere. Nel colpo di teatro finale, nel respiro carico di pathos dell'animale e in quelli dei marinai atterrati e atterriti che esalano il loro ultimo fiato, da questa barca alla deriva, da questa baleniera ormai sfatta e slabbrata dall'incontro-scontro con il suo rivale, da sotto il palco escono, come marines, alcuni ragazzi africani richiedenti asilo, per la giusta ovazione commossa. Al Teatro dei Venti si potrebbe applicare lo slogan del Barcellona che recita: “Mes que un club”. Molto più di una squadra. Ecco i Venti sono più di una compagnia, sono una famiglia dove i componenti prima dell'aspetto artistico hanno sposato le sue fronde sociali divenendo un tutt'uno, un unico corpo, teso, coeso, allungato al domani.

Tommaso Chimenti 08/06/2018

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