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"Mi abbatto e sono felice": un viaggio ecosostenibile per riappropriarsi della semplicità delle origini

Pedala costantemente, su una scena praticamente vuota, dominata solo dalla sua bicicletta, dalle sue parole, dalla luce generata dall’ energia e dal movimento, Daniele Ronco nel suo spettacolo “Mi abbatto e sono felice”, diretto da Marco Cavicchioli.
Un originalissimo monologo ecosostenibile, in prima persona, nato dopo la scomparsa del nonno dell’autore che torna a vivere in scena attraverso la memoria.
Sulle note di “Si può fare di più”, grazie ai ricordi, si viene trascinati indietro negli anni, nella dimensione amena della passata vita di campagna, in cui si viveva in armonia, senza affanni, solo con ciò che era necessario e naturale, con prodotti genuini e senza traccia di tecnologia.mi abbatto e sono felice foto claudio bonifazio 22
Gli aneddoti e i racconti della vita di nonno Michele, fanno si che il pubblico respiri quella pace ormai perduta con l’avvento della modernità, dell’avanguardia, che ha determinato una società che si basa completamente sul prodotto interno lordo. Un mondo che, nonostante i passi avanti, vive nella crisi e nel malessere, perché ha perso di vista i valori essenziali, semplici e basilari, di cui bisogna necessariamente riappropriarsi.
Così, pedalando tra i ricordi e gli episodi del passato, Daniele Ronco affronta tematiche impegnate e fortemente sentite come la green economy, l’inquinamento ambientale, l’alimentazione vegetariana, gli abusi sugli animali, rifacendosi al Movimento della Decrescita Felice di Maurizio Pallante, di cui cita spesso le fonti.
Un’esperienza sensoriale collettiva tra buio e luce, presente, passato e futuro, tra ironia e amarezza, che assume, in alcuni tratti, quasi le sembianze di una conferenza in cui si denuncia una condizione di problematicità che si può superare non guardando avanti, bensì indietro.
Mi abbatto e sono felice” e’ uno spettacolo che parla di economia, ma anche e sopratutto di sentimenti, scava in profondità per giungere alla soluzione che probabilmente questa situazione può sanarsi semplicemente con l’amore, che non inquina, non è tassabile, non si compra e produce tanto fil, felicità interna lorda.
Daniele Ronco, da solo, riesce con efficacia a destreggiarsi tra movimenti e parola, catturando l’attenzione con pochi oggetti e gesti, tramite racconti personali, commoventi o divertenti, momenti di vita contadina, simpatiche riflessioni, interessanti pensieri, coadiuvato da una regia essenziale che mira a mettere al centro le problematicità e le tematiche trattate.
Nonostante qualche momento in cui perde ritmo, il monologo si rivela un piccolo interessante meccanismo teatrale a kilometro zero, auto alimentato, che produce energia e non solo: ci invita a riscoprire le nostre origini, ad abbracciare le nostre radici e da lì trarre la linfa vitale per affrontare la crisi contemporanea che, come dicevano i greci, potrebbe rappresentare un forte rinascita.

Maresa Palmacci 13-01-2018

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