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"Mercurio Festival": a Palermo il teatro in tutte le sue forme

PALERMO – Esiste un fil rouge, neanche troppo nascosto, che lega Palermo a Napoli. Sarà l'aleggiare del Regno delle Due Sicilie ancora presente e vivo, sarà la musica neomelodica (ma anche Gigi D'Alessio va ancora forte) che rimbalza e sfonda le casse di piccole utilitarie lanciate con i finestrini abbassati per far sentire meglio “la potenza della lirica dove ogni dramma è un falso”. Palermo la città dei calcinacci e delle transenne che ormai fanno parte del paesaggio immutato, e immutabile, “na carta sporca e niscuno se ne importa”. Le cose più pericolose da fare a Palermo sono camminare sui marciapiedi, tutti dissestati e tutti disseminati di escrementi, non tutti canini, da farci lo slalom, quindi occhi sempre a terra, e attraversare sulle strisce, qui il pedone non ha nessuna protezione, quelle linee bianche, rettangoli panciuti perpendicolari alla carreggiata non danno sollievo né diritto ad alcun privilegio: devi muoverti, devi accelerare il passo, devi correre, noi certamente non ci fermeremo, non rallenteremo, al limite ti suoniamo il clacson pressante per farti capire che non dovresti stare lì. Palermo non è una città per pedoni.Cantieri_Culturali_della_Zisa_di_Palermo_A.jpg

Ma tra lo sgarrupato e il divelto, tra l'intonaco che cade, o è caduto da millenni e sta ancora lì per terra a ricordarcelo, e i tubi innocenti arrugginiti messi lì anni fa e lì rimasti a perdere la propria innocenza, in questa decadenza che fa folklore, soprattutto per le fotografie dei turisti, in questo decadimento e disfacimento si cela la bellezza, del mercato del Capo, la strada della Vucciria, il grande Ballarò. Bellezza da scorgere, scoperchiare, nei volti, negli occhi, in quella somma di atteggiamenti che formano una stratificazione culturale. Ecco, se Napoli è un teatro a cielo aperto, Palermo è un market, un suk. Il legame con Napoli è ancora più chiaro quando vedi i cestini con il filo scendere da terrazze e finestre in alto per avere la spesa senza “scendere abbasc”, quando visiti le Catacombe dei Frati benedettini che in qualche modo ricordano il partenopeo Cimitero delle Fontanelle, i baracchini dove friggono l'impossibile. Un caos ordinato e ordinario. Per chiamarsi urlano il meraviglioso “Vita mia” che, come le insegne delle macellerie che riportano la vecchia “Carnezzeria”, ci porta inevitabilmente a Emma Dante. Palermo che ha visto nascere artisticamente, oltre alla regista del recente “Le Sorelle Macaluso”, esperienze come Vetrano e Randisi, Ciprì e Maresco, Franco Scaldati, Mimmo Cuticchio, Massimo Verdastro, Rosario Palazzolo, Vincenzo Pirrotta.

All'istituzionale Teatro Biondo, diretto da un paio di stagioni da Pamela Villoresi, e al Teatro Libero, da marzo 2018 si è aggiunto nel panorama palermitano anche uno spazio vivo, fresco, giovane all'interno di un centro polifuzionale attivo che sembra funzionare. Lo Spazio Franco, nome evocativo che sa di contrabbando di idee e di libertà dove tutto possa essere possibile, sorge ai Cantieri Culturali alla Zisa, piccola oasi (erano gli edifici del vecchio mobilificio Officine Ducrot) fatta di capannoni bassi che stonano piacevolmente con i palazzoni intorno che la cingono e ne parano l'orizzonte, fanno ombra, la racchiudono come riserva indiana. Decine e decine di caseggiati-ex laboratori, alcuni rimessi a nuovo e ricostruiti, e affidati a progetti culturali, un bel polo dove accadono le cose, dove il fermento si sente e percepisce nell'aria, dove, per architettura e clima(x), non sembra di essere in Italia, dove si respira ossigeno d'internazionalità che pare d'essere ad Amsterdam, a Berlino o in Scandinavia dove spazi d'archeologia industriale (hangar e street art) recuperati rendono fascinoso il paesaggio e salvifico il loro apporto alla città, a quartieri periferici difficili. Ecco qui hanno trovato casa e sede il Cinema De Seta, lo Spazio Zut, il Goethe Institut o il Centro sperimentale di Cinematografia, l'Accademia delle Belle Arti e l'Istituto Francese, il centro di fotografia Letizia Battaglia: un grande polo culturale dove poter attingere, per i giovani ma non solo. Ci sono ancora tanti spazi da riportare a nuova vita.

1540059840.jpgEd è in questo scenario che nasce, e sta crescendo, il “Mercurio Festival”, che fiorisce dentro lo Spazio Franco (concessione dell'area da parte del comune per dodici anni; ci sono voluti 70.000 euro di investimento per i lavori di ristrutturazione), diretto (per questa seconda edizione non si potrebbe affermare) da Giuseppe Provinzano, anima fino a qualche anno fa del gruppo Sutta Scupa e oggi della compagnia Babel Crew. Una direzione non-direzione perché gli artisti (quasi una ventina) selezionati lo scorso anno hanno scelto a loro volta, a cascata, altre formazioni e progetti in una sorta di “sponsor” e “tutoraggio”, più che altro passaggio di consegne e di testimone, una presa di coscienza, di responsabilizzazione e di consapevolezza da parte delle compagnie nelle decisioni di una rassegna: se vogliamo un'idea rivoluzionaria che ribalta il concetto di direttore al vertice dell'iceberg e artista come manovalanza e filiera, quantità all'interno di un cartellone, e fa divenire la kermesse non verticale ma orizzontale e “democratica”. Il pianeta Mercurio presenta innumerevoli vulcani attivi, il mercurio stava fino a qualche anno fa nei termometri (e in periodo di Covid come non pensare continuamente alla febbre?), il mercurio se ingerito è velenoso, il mercurio è l'argento vivo, è un ottimo conduttore di elettricità, è un metallo ma allo stesso tempo è tenero e duttile: il nome pare perfetto per identificare questa esperienza.

All'interno della sua programmazione abbiamo scelto di raccontare “Sala Party” di Giustina Testa, “Zero A/V Show” del collettivo torinese Spime.im, e “La mia battaglia” di Elio Germano e Omar Rashid. Quindi teatro di narrazione tradizionale, teatro d'attore il primo, videomapping il secondo, narrazione ma in video-soggettiva con gli oculus, occhialoni ipertecnologici per vedere a 360 gradi, il terzo. Tante anime, tante sfaccettature da declinare hanno il “teatro”, l'arte dal vivo, la performance.

In “Sala Party” (titolo che appena la piece entra nel vivo è un ulteriore colpo alla stomaco) parte brillante e finisce, anzi s'acuisce sempre più, in una spirale di spine e spigoli, di lame e pugnali, GIUSTINA-SALA-PARTI.pngin una tragedia che pare senza fine, in un girone infernale, punizione corporale per qualche pena da espiare. Proprio in questi giorni è uscita la notizia del cimitero romano dei non-nati con i nomi delle madri (la privacy?) su croci (vergognoso il tutto). Si pensa sempre all'aborto (il riferimento va a “Lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci), forse è la parte maschilista della società, come a qualcosa di naturale, come un'eventualità, una possibilità che possa accadere e quando avviene si può reagire alzando le spalle e dicendosi “riproviamo”. Non è esattamente così. “Sala Party” (tutt'altro che giubilo) ha proprio questa valenza, chiamiamola, didattica, di pura conoscenza, nell'aprire le porte della Sanità senza umanità, senza competenze, senza empatia tra dolori lancinanti fisici e strazianti sofferenze e tormenti interiori e psicologici che non finiscono certo appena usciti dall'ospedale. Comincia brioso e il climax che si crea, tra palco e platea, è positivo, frizzante, di comprensione ma anche di sorrisi, in una grande digressione che non fa altro che instradarci in un tunnel senza sfondo, in un martirio e supplizio che mette a dura prova, fisicamente, commoventemente, anche l'audience. Il senso di colpa ci affligge tutti in quest'anatomia personale (troppo) che avrebbe bisogno di altri palcoscenici più intimi, in questo senso di impotenza “ricattatorio” di dolore esibito che tracima l'arte diventando autodramma, non più letterario ma che si fa seduta psicoanalitica unidirezionale in una spettacolarizzazione riservata. La festa non c'è, rimane un funerale che ci taglia tutti a pezzi.

Nel lungo missile bianco di 140 metri di lunghezza s'avvolgono e s'intrecciano le musiche sperimentali, elettroniche e acide del collettivo Spime.Im con le immagini che s'aggrovigliano e si rincorrono mettendo con le spalle al muro retine e cervello che deve decodificare, velocemente, rimandi, rimbalzi, connessioni, sinapsi, associazioni intellettive, culturali, contemporanee. Un razzo che sembra una supposta e noi dentro sballottati in questo flusso di colori e rumori deformanti creati con un guanto di sensori che parte dalla Creazione, dal Big Bang, con questi due dj schermidori-danzatori immobili duellanti agitatori che producono rumori ancestrali fino agli spari e alla guerriglia nella giungla. Show emotivo che colpisce per forma (tutti a testa alta a guardare queste immagini che s'ammucchiano), per contenuto (a contemplare la disgrazia e l'infausto destino dell'impatto dell'Uomo sul Pianeta Terra). Non possono mancare le immagini di rifiuti e di chilometri quadrati di plastica, mari e fiumi inquinati, spime-im-1280x640 copia.jpgi cumuli di scorie con queste grandi vibrazioni disturbanti fonte di scosse e scuotimento, di denuncia sociale. Tutto si spacca, tutto esplode, si espande. Con il braccio come marionettisti, a tirare colpi all'aria, un braccio per difendersi adesso, per attaccare ora, i due sulla scena, protetti dal loro rifugio-trincea mixer-altare (sono gli officianti del rito), mitragliano e bombardano l'aria tra colpi d'arma da fuoco, siringhe, trasformazioni di corpi, passando dall'eroina al botulino fino agli steroidi, dagli immigrati in mare agli yacht ipermiliardari, dai videogame ai robot in uno slittamento sintattico, semantico e percettivo della deriva plausibile e possibile di ogni scoperta umana nata per migliorare l'esistenza e che finisce sempre con il danneggiarla, peggiorarla, distruggerla. Una tecnica di ripetizione in loop che morde alle caviglie.

Il progetto di Elio Germano (non presente) e Omar RashidLa mia battaglia” ha aperto (il progetto comunque era stato attivato pre-Covid) una nuova fruizione dello spettacolo dal vivo in un ibrido che rimane in equilibro tra il remoto (il video preregistrato) e la realtà (il video è in soggettiva a 360 gradi e ogni spettatore si trova inserito in prima fila in teatro). Certo manca il tattile ma l'esperienza rimane quasi completa e, dopo alcuni minuti di assestamento e assuefazione alla nuova condizione (non ci si vede le mani o i piedi ad esempio) in questa bolla incorporea, si ritrova il piacere della tridimensionalità e della profondità quello che non riesce a dare la pellicola o il video che ci lascia sempre un passo indietro rispetto all'opera, distanti. Qui invece sei dentro, immerso. Questa la scatola (da non sottovalutare), la cornice dentro la quale Elio Germano, che si muoveva lì ad un passo da noi che pareva di poterlo toccare ma come ologramma era irraggiungibile, avatar impalpabile di se stesso, si muoveva nel suo racconto di un Mondo Nuovo, un mondo da rifondare e ricostruire dalle basi, un universo sociale che torna alle origini per ristabilire concetti e giustizia, meritocrazia contro burocrazia, il talento al posto delle conoscenze familiari. E' un escalation per convincere il pubblico della bontà delle proprie parole che alzano sempre un po' più il tiro ad ogni passaggio e sottolineate (con troppa enfasi da risultare organizzate e coordinate) da una fetta di pubblico sparso in sala (cooptato per l'occasione). Chi poi alla fine si stupisce della deriva dello spettacolo non ha mai tradotto il titolo in un'altra lingua europea molto dura. C'è poco da stupirsi della fine (anche troppo manieristica e fintamente iperrealistica da divenire riconosciuta costruzione teatrale) ma l'ascesa delle idee che da giuste e moderate passano a borghesi e finiscono per divenire estremiste sono il ciclo naturale delle società che hanno in sé nascita, lotta e declino. Il nostro mondo è nell'ultima fase. Attendiamo azzeramento e ricostruzione.

Tommaso Chimenti 04/10/2020

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