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“May B”: relitti umani alla deriva

VALENCIA – Può essere. E ancora non è. Ma il cammino è segnato, la strada è tracciata. Dieci corpi d'acciuga riempiono “May B”, classica opera di Maguy Marin, sottili come fiammelle dell'Inferno dantesco, ma svuotate dal calore, fredde e polverose come i personaggi in cerca pirandelliani, kantoriani nel loro impatto frontale e decisamente beckettiani apocalittici, si muovono come un unico componimento a più gambe e teste e braccia, compatti nelle loro occhiaie, nelle loro articolazioni che ciondolano giù per i fianchi, bianchi come cadaveri, cerulei come defunti, fantasmi di un'umanità che ha passato la mano, che ha perso la partita a scacchi con l'esistenza, con Dio.
Non rimane che muoversi come pesci sul fondo, di quel movimento che fa sembrare di essere minimamente vivi e vitali ma è un concedersi al gesto che è ripetitivo e consolatorio, consumato emayb3 stanco. Già l'overture completamente al buio sovraccarica l'atmosfera di un pathos spesso e solido, un'attesa piena che non cede, che non smette, anzi per la platea è un accumulo di respiri e ansie perché sembra non finire mai, pare si protragga e si proietti senza resa, senza posa. Mette agitazione, inquietudine, tremolii che aumentano quando appaiono, epifanie profane, questi fantasmi scheletrici, questi zombie allampanati, questi spettri clochard, questi malati straccioni che sembrano ricoperti di calugine e cenere, farina e cemento e latte in polvere quasi fossero fossili umani pompeiani. 

Di fondo, a raschiare l'ambiente e a far sgretolare le certezze, un silenzio siderale che gracchia come un vinile jazz e rotea senza concludere ma sempre riprendendo fiato e tornando circolare ad estendersi per poi ritrarsi, perpetrarsi e propagarsi, flettersi, ritrarsi e tornare sibilo sottotraccia compatto, deciso, fastidioso, pungente. Tutto è deceduto, tutto è scomposto e fratturato. Ora hanno le sembianze della famiglia misera e indigente vangoghiana dei “Mangiatori di patate”, adesso sembrano usciti da “The Others”. Strusciano i piedi, sembrano mayb2degenti fuoriusciti da una struttura ospedaliera, vagano come fuggiaschi da un ospedale psichiatrico, con lo sguardo arido e vuoto e ossessivo come malati malandati di alzheimer, non riescono a parlare ma solo a gorgogliare, a emettere suoni rochi e sordi, spostandosi come fanno i pesci a banchi, strazianti nel loro incedere (nel finale in loop “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet” di Gavin Bryars sbrana, smembra, ferisce feroce), dilanianti nel loro andare, dolorosi nei passi claudicanti.
Ripetono, al principio e sul finale, un caustico e definitivo “E' finito”, che non c'è alcun “spettacolo” da vedere, tutto è corroso, tutto è imploso, tutto distorto, perduto, scolorito come se il mondo fosse stato messo a bagno in un miscuglio di varechina e candeggina. Ricordano l'iconografia di migranti diseredati in cammino costante senza pace, appesantiti, emaciati, sporchi e soprattutto rassegnati, sdruciti e sgualciti nei loro nasi e orecchie deformi e mostruosi, imbrattati e impiastricciati, si ritrovano a compiere in maniera asfissiante, angosciosa e assillante gli stessi giri, gli stessi percorsi, ripercorrere gli identici schemi come gli abitanti del Giardino dei Ciliegi, macchiati, delusi, sciupati, desolati, arresisi e chapliniani, impietriti davanti al peso della vita che è trascorsa, stormo d'umani svuotati dei ventun grammi essenziali, branco che si è perso alla deriva del Tempo. 

 

Tommaso Chimenti 10/05/2017

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