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"Mattia" senza Pascal: da Fornasari agli allievi dello Stabile del Veneto

PADOVA – Negli ultimi anni ho avuto la possibilità di vedere quasi tutti i lavori firmati da Bruno Fornasari, sempre con il fidato Tommaso Amadio al suo fianco, e targati Filodrammatici di Milano. Appunto quasi: da “Nerds” fino a “S.U.S.” passando per “La Prova” o “Martiri”. Una scorpacciata alla quale mancava all'appello proprio questo “Mattia”, primo testo che li aveva proposti alla ribalta e che adesso è stato ripreso da due differenti cast (dieci componenti per gruppo) di giovani come prova d'esame della triennale Accademia Teatrale Carlo Goldoni dello Stabile del Veneto. Mattia, dal “Fu Mattia Pascal” pirandelliano, è sì una trasposizione dal romanzo dell'autore siciliano ma asciugata, resa contemporanea, alleggerita, snellita da tanta polverosità anacronistica.

30.JPGE' possibile rifarsi una vita? Oppure se sia lecito o ragionevole o anche solo giustificabile chiedersi, dopo essersi costruito una posizione, una casa, una famiglia, un lavoro, se ci sia ancora uno spiraglio, una porta aperta per non essere più quello che abbiamo per tanti anni voluto essere. Ci si sente in gabbia, stretti, soffocati e la voglia di fuggire fa capolino. Ci sono tantissime agenzie oggi che ti possono aiutare a sparire, a cancellare ogni traccia, fisica o virtuale, e cambiare identità, passaporto, nazione. Alcuni usano le tragedie (l'11 settembre o uno tsunami, un attentato o un disastro aereo) per prendere la palla al balzo e fare quello che avrebbero sempre voluto fare: mollare le proprie credenziali e provare ad essere qualcun altro altrove.

Dicevamo, il desiderio è lecito e comprensibile, realizzarlo complicato e spesso si incappa in una serie infinita di nuovi reati. Ma andiamo per ordine, la nostra storia si svolge tra l'inizio degli anni '70, il '97, e il 2010, in tre focus che si rincorrono, finestre che si aprono e velocemente si richiudono in questa che sembra una ricostruzione dei fatti accaduti, in un'esposizione frontale che ammicca al pubblico, lo tira dentro, lo coinvolge, lo istiga a prendere posizione, ad immedesimarsi. Una coppia sposatasi troppo in fretta, due figli, una madre in coma, debiti accumulati per sopperire insoddisfazione e frustrazione con oggetti inutili, e tutto che rotola verso una destinazione già scritta alla quale Mattia (nella versione originale era interpretato da Tommaso Amadio, alter ego di Fornasari sul palco) si ribelle, pone un freno, vuole scendere dal vagone in corsa. E' possibile cambiare scenario e panorama o siamo condannati per sempre a trascinarci dentro situazioni che volevamo ma che adesso, a distanza di anni, sentiamo che non ci appartengono più? E' più coraggioso, o vigliacco a seconda da dove lo si guarda il problema, resistere e annullarsi, appiattirsi, inaridirsi su ruoli ormai sfibrati, o sparigliare le carte e mettere in discussione tutta la propria esistenza? E qual è il nostro “lato oscuro”? Quello che ci fa morire prima del tempo in un ruolo non più nostro o quello che ci vorrebbe felici in una situazione diversa da quella che stiamo vivendo ma che abbiamo paura anche solamente a pensare di poter cambiare?

A MATTIA-SITO.jpgquesta solida costruzione, chiamiamola i “mattoni” che compongono la drammaturgia, Fornasari (una scrittura mai lineare, una lingua sempre alta e popolare, mai scontata né prevedibile, il ritmo e l'ironia intelligente che contraddistinguono i suoi testi) riesce ad aggiungere piccoli tocchi sparsi di umanità, di visceralità senza scadere nel sentimentalismo, colpi seppiati di ricordi, pennellate nelle quali riconoscersi, minuzie disseminate come trappole, come zucchero a velo, dettagli che ad un primo sguardo possono sembrare inutili, laterali, comprimari, collaterali o che non aggiungano sostanza al plot centrale ma che al contrario fanno quella “calce” che cementa i momenti, che lega le scene, che compatta le temporalità, che comprime, che dà tutt'altro tono e riesce a sferzare colpi come a distribuire carezze amare, farci scivolare nella nostalgia, farci cadere nel buco di Alice, farci, per un attimo, scordare il fusto centrale dell'opera, l'idea originaria sulla quale tutto si fonda. Piccoli momenti che destabilizzano e ci portano in altre dimensioni, piccoli momenti di letteratura; l'orologio Casio che da delizia si fa croce, la digressione sul divano (unico oggetto in scena) che da pezzo d'arredamento diviene feticcio sacro, l'ingresso a piedi uniti dei Doors e l'iconica frase di Jim Morrison che ci rimbomba: “Meglio bruciare subito che spegnersi lentamente”.

Il nostro è un mondo in prestito, il nostro tempo è un prestito, i vestiti che teniamo per poco e poi dimentichiamo, gli oggetti64.JPG, i sentimenti, le persone, tutto è momentaneo, come un grande temporary shop. Il “per sempre” ha cambiato significato, ora vuol dire per adesso che è tutto quello che abbiamo nella nostra programmazione che non arriva mai così lontano nel tempo, nelle settimane. Perché? Perché non si sa mai. E allora godi, spendi alla ricerca di quella felicità che non puoi trovare pensando che tutto sia in prestito (quindi non gli dai la giusta importanza), che se lo perdi lo puoi ricomprare, che se i rapporti si interrompono fai spallucce e dici che chiusa una porta si apre un portone. Niente ha più senso, tutto è più vuoto e fa eco e ci fa paura. Ci vuole coraggio per uscire dal giro, per lasciare il tavolo da gioco, per abbandonare il sistema e non sentirsi più un ingranaggio di una macchina che deve solo macinare. Un'anatomia prima di un incontro poi di un matrimonio, di una sparizione, di una vita, del come, a valanga, tutto possa andare a rotoli senza nemmeno accorgersene nelle pressioni della vita moderna costellata di routine e mutui (parallelismi con il romanzo “Colibrì” di Sandro Veronesi) che stringe sempre un po' di più il suo cappio.

La vita per Fo45.JPGrnasari si divide tra momenti sentimentali e attimi speculativi. Ai monologhi drammatici (quello finale ha una marcia in più) si alternano costruzioni collettive, alle scene intime fanno da contraltare le coreografie (di Marta Belloni) in un'altalena veloce di sensazioni che non lascia comodi, in un ping pong che scuote e tiene incollati. Impossibile non riconoscersi in quel bivio, in quel pensiero che prima o poi ci prende, ci è venuto o arriverà. Tra gli allievi sottolineiamo nel primo cast le presenze di Federica Fresco (Vale), Gianluca Pantaleo (Mattia) e Andrea Sadocco (il croato), mentre nel secondo Angelo Callegarin (Mino), Imma Quinterno (Vale), Gaspare Del Vecchio (Bustros). Nuova linfa per il teatro.

Tommaso Chimenti 29/09/2020

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