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Ventiquattro scene per spiegare Marx: “Il Capitale” al Teatro Argentina

Tutto può diventare teatro anche la filosofia, sebbene ostica, ma alla base di un modo di concepire il mondo che ha rivoluzionato il pensiero occidentale, come quella che troviamo nelle pagine de
Il Capitale di Karl Marx. Il Teatro Argentina di Roma offre il suo palcoscenico all’ambizioso progetto che vede insieme la Produzione Teatro di Roma-Teatro Nazionale, il Conservatorio di Santa Cecilia, l’Istituto dell’Enciclopedia Treccani e il Liceo Artistico Via di Ripetta per la messa in scena di una pièce teatrale coraggiosa ed inedita: Il capitale di Karl Marx (quasi vangelo apocrifo in ventiquattro scene) diretta da Marco Lucchesi. Ilcapitale 2
Uno spettacolo in cui il capitale (quello umano) è giovane: gli artisti presenti in scena tra attori, attrici, cantanti e musicisti regalano alla rappresentazione una sferzata di freschezza nonostante l’argomento trattato non sia semplice. Il Capitale di Marx viene qui sezionato nelle sue parti più significative, analizzato grazie all’aiuto dei consulenti Treccani che ne hanno individuato i concetti, forse più rappresentabili, i più noti. Attraverso un susseguirsi di monologhi, adunanze dal profilo sindacale, lezioni teoriche ed esibizioni di indubbia capacità attoriale, i protagonisti affrontano questo testo, alle basi non solo del pensiero economico, ma anche sociologico, cercando di mettere a fuoco l’assurdità del sistema che crea un divario sempre più grande tra coloro che hanno e coloro che non hanno nulla. Ne emerge una riflessione attenta e sentita nei confronti del mondo, che seppur trascorsi due secoli dall’opera di Marx ed Engels, rimane sempre uguale a se stesso. Di grande impatto sono gli interventi musicali.
Gli studenti del Conservatorio di Santa Cecilia incantano con le loro voci che si irradiano nella sala, accompagnati al pianoforte dal maestro Domenico Poccia, riprendendo le musiche di Luis Bacalov tratte dall’opera Estaba La Madre. Mentre le canzoni di Bob Dylan eseguite, stavolta, dagli attori accompagnati da Simone Maggio, riuscivano a mitigare quell’atmosfera cupa, nonostante il gioco di luci arricchisse la scena.
Il linguaggio filosofico si mescola al dialetto, quello napoletano, con cui due sole interpreti a maneggiarlo, manifestano il paradosso di certe convinzioni, facendo emergere in modo scherzoso, anche un po’ leggero, l’amarezza di un’attualità che non sembra aver appreso dal proprio passato ma, anzi, persevera nella ricerca di un qualcosa, in questo caso la ricchezza, a discapito di qualcos’altro o di qualcun altro. Il “vangelo apocrifo” di Lucchesi dimostra di essere uno spettacolo accattivante, in cui l’idea di creare un progetto unitario che unisca vari comparti artistici e culturali si manifesta nella sua illuminante complessità.

Ilaria Costabile  17/06/2018