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A chi viaggia "Versoterra" in direzione ostinata e contraria

A noi è patria il mondo, come ai pesci il mare”. È la scritta che campeggia su ciò che resta dell’ex Cpt Regina Pacis a San Foca, fronte Adriatico, in faccia all’Albania, lamiere, mattoni, lampioni e l’ingombrante cancellata. Un fantasma in balia di riqualificazioni inimmaginabili, oggi, un covo di violenza, sangue e orrore dal 1998 al 2006, un guscio vuoto dove risuonano i venti freddi dell’est e le onde del mare che a pochi metri scava e sbatte sugli scogli. È qui che ha inizio “Versoterra – A chi viene dal mare” il nuovo, corale progetto di Mario Perrotta, su questo lembo di riva salentina, di fronte all’alba che punge e penetra nelle ossa mentre, lentamente, lo sguardo si apre sulle coste opposte.
Perrotta (Premio Ubu 2015 per Ligabue) torna alle sue origini, alla sua terra, per raccontare il tema della migrazione attraverso una tre giorni (dal 30 settembre al 2 ottobre) dal ritmo battente: tre zone diverse del Salento, abbiamo toccato versoterra0entrambi i mari che lo bagnano, tre spettacoli diversi ma complementari, sviluppati nell’arco di una giornata intera - alba, tramonto e sera – e legati in modo simbolico dalla full immersion mattutina di Emigranti Esprèss (unico momento in cui Perrotta è effettivamente in scena, live della trasmissione realizzata dall'attore e regista per Radio Rai 2). Un’impresa impegnativa, sia a livello logistico che drammaturgico, che ha visto la piccola grande macchina di Permar (in collaborazione con la cooperativa Coolclub) lavorare con circa quaranta tra attori e musicisti, quasi tutti del luogo, per dare memoria e linfa a una regione che di anime ne ha accolte, dal mare, e ne ha viste partire, verso terra.
L’alba di San Foca è il nostro inizio, le “Partenze” di chi arriva da ogni parte del mare. L’attesa nel buio salmastroso e umido ha il potere di avvicinare la nostra percezione a quella delle anime in fila su uno scoglio di buona speranza; restiamo, resistiamo, con i sensi spianati a cercare nell’oscurità un indizio del cammino, mentre sulle pareti del Cpt l’intenso e poetico versoterra1videomapping di Hermes Mangialardo evoca memorie antiche (la tratta degli schiavi) e metafore visive (su tutte le venature rosso sangue che dilagano nei nostri occhi a rammentarci radici macere e destini segnati). Alle nostre spalle, il rumore del motore dei gommoni taglia la concentrazione tesa e il freddo e annuncia lo sbarco con un sommesso canto di preghiera: sono anime in raccolta, anime sfollate, anime salve in terra e mare (inevitabile non pensare ad "Anime salve" di De Andrè) che chiamano “terra” in molte lingue, come a chiamare la madre smarrita. Se le partenze ci illudono di una fievole speranza, il tramonto a Porto Selvaggio è la stasi, il limbo, gli “Approdi” di chi aspetta, senza più identità (i profughi come bozzoli appesi agli alberi è una delle immagini più forti dell’intero progetto).
La struttura dei due momenti è simile, entriamo lentamente nelle vite dei migranti con passaggi dissacratori, ironici, dove tutti i cliché in materia vengono snocciolati con sarcasmo dai giovani interpreti: se nel primo si presentano per come l’occidente li percepisce - delinquenti, prostitute, integralisti islamici, “spacco bottiglia ammazzo famiglia” – “domati” da Ippolito Chiariello-scafista per vocazione (perfetto alter ego in scena di Perrotta), nella lunga camminata in bocca allo Ionio (qui Chiariello è un abile e incisivo Mangiafuoco) sono esposti come merce di scambio per i bisogni degli uomini occidentali, una via crucis di scarti umani. Abbassiamo le difese per poi essere colpiti nel vivo con un rapido cambiamento di ritmo e di status, di tensione sentimentale, versoterra2attraverso il racconto di molteplici realtà di cui abbiamo ormai dimestichezza; in particolar modo in “Approdi” la parte emozionale viene sollecitata fino alla fine, con il ritorno al mare, spietato e carnefice, in cui fa eco il dialogo tra i morti (visti come pesci) e le possibili future vittime; commovente storia infantile che ci ricorda Pinocchio alla ricerca del babbo nella pancia della balena.
E poi c’è Lireta, dalla quale tutto è partito: Mario Perrotta la conosce attraverso il suo diario al Premio Pieve 2012 (“Lireta non cede”, editore Terre di mezzo) e diventa la molla, anche istintiva, per ideare l’intero progetto e il terzo spettacolo, “Lireta – a chi viene dal mare”, andato in scena nella baia di Acquaviva, dalla natura autonoma e ben diversa rispetto ai precedenti. Paola Roscioli è l’unica protagonista a ricreare la vita, i ricordi, i sentimenti, i dolori, il destino apparentemente segnato della giovane donna albanese, a dar corpo alle sue parole e a quelle dei personaggi a lei vicini: il padre violento, la madre remissiva, i fratelli succubi, gli amori, i carnefici. Lireta la ribelle, Lireta la donna e versoterra4la madre piena di coraggio, vibra nel monologo impetuoso dell’attrice, nel suo continuo scambio, di dolori e d'amore, con l’Albania mai dimenticata, nella sua fisicità coinvolgente – è abilissima nel ricreare il disagio e lo strazio della traversata intrapresa realmente dalla Katiaj poco più che adolescente.
È in questo ultimo passaggio che Perrotta maggiormente si rivela e rinnova la sua capacità di scrittura implosiva, potente, liberatoria, il suo sguardo ampio e sempre – e prima di tutto – umano sulle storie della nostra contemporaneità. Con “Versoterra” si muove all’interno della percezione e della sensibilità di ognuno di noi, senza cadere in facili moralismi o elogi, mette in scena, su più scene, adattando il luogo alla narrazione, le vite degli ultimi, le vie dei migranti, il riflesso di una povertà spirituale in cui siamo chiamati a specchiarci.

"Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità
di verità." (Smisurata preghiera, Fabrizio De Andrè)

Giulia Focardi 05/10/2016

Foto: Luigi Burroni

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