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Mariangela d'Abbraccio canta Cammariere, parla Maraini

Aveva trentasei anni Dacia Maraini quando nel 1972 Pasolini parlò di “Memorie di una ladra” con la lingua saccheggiata dai pìcari, lo credette il romanzo della parola, la stessa parola che volle trascinare ne' “Il fiore delle Mille e una notte”.
Teresa Numa, che esiste quanto le strade che ha camminato, è ladra per imparare a campare. Nell'utero che l'ha formata incontra il suo primo secondino, nasce da un cordone ombelicale attorcigliato, ruba il primo vagito all'aria e il padre non la butta nella spazzatura.
Una figlia dell'Agro romano, con una storia che ne ha mangiate almeno cento, incontra la scrittrice in un carcere ed è un regalarsi di minuti e parole.
La riduzione teatrale di “Memorie di una ladra” è una scrittura per Mariangela D'abbraccio, in un vorticare di tempi verbali misti alla smania di far arrivare una vita a mille altre: allora il passato prossimo per riesumarsi, l'imperfetto un portafoto dove si coglie sdentata e il presente a dire da più vicino che vivere giornalmente è un atto di carità verso gli anni che spettano a ognuno.
Al Teatro Vittoria di Roma l'attrice orbita per scelta della regia di Francesco Tavassi su una pedana di due metri quadri mentre si modula i capelli per ogni età: una ragazzina arancione e silvestre degli anni trenta, una giovane ingenua spettinata nei cinquanta e una signora scompaginata dall'innocenza dei settanta sono le cavalle di un carillon scritto da Sergio Cammariere.
Stupisce e trattiene quanto una vita possa storcersi ed essere presa a bersaglio, però Teresa è una femmina votata all'abbandono, non conosce che le iniziative altrui e vi si appoggia pregando che la tenacia di uno avanzi per un altro.
Sul palco un alveare di musicanti, Luca Pirozzi, Raffaele Toninelli, Emanuele Pellegrini, Gianluca Casadei e Alessandro Golini, ronza intorno alla donna e le dondola le braccia libertarie, Teresa desidera scappare, sulla musica, sul treno, sui suoi piedi, ma perde sempre le scarpe e torna scalza nel breve spazio che occupa.
Forse è per questo eterno volgersi di spalle che non ottiene niente se non l'obbligo di restituire; ad altri volti il figlio, alla prigione la fame, alla sincerità la tregua.

Francesca Pierri 04/04/2016

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