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Una dark comedy illumina i mala tempora: il Teatro Niccolini di Firenze riparte dalla “Mandragola” di Baliani e dei Nuovi

A Firenze il teatro riparte dai classici. Per riattivare il Teatro Niccolini, gioiello architettonico incastonato tra i palazzi di via Ricasoli a due passi da Santa Maria del Fiore, i giovanissimi attori della compagnia de “i Nuovi” diretti da Marco Baliani dall'11 al 22 aprile portano in scena la favola teatrale di un illustre fiorentino: “La Mandragola” di Niccolò Machiavelli.

Mandragola locandinaNicia, dottore in legge, è sposato con la bella Lucrezia, ma la coppia non riesce ad avere figli. Callimaco è innamorato di Lucrezia. Si presenta dunque a Nicia nella veste di medico e propone una soluzione alla sterilità della coppia: una pozione a base di mandragola che permetterà alla donna di restare incinta, ma il primo uomo con il quale giacerà morirà. Di qui la soluzione di mettere nel letto di Lucrezia un garzonaccio (in realtà Callimaco stesso). Fra Timoteo e Sostrata sono incaricati di vincere, attraverso la materna e cristiana persuasione, l’onestà della donna. Siro e Ligurio collaborano a tessere le trame e a convincere lo scettico marito. Gravidanza con effetto immediato e, per ringraziare lo zelante medico, Nicia acconsente a far trasferire Callimaco nella loro magione.
Il plot è noto, il gusto boccaccesco, il riso amaro, la riflessione sulla natura dell’uomo e della società pessimista. A scrivere è l’autore del “Principe”, il politico esiliato e deluso. Amareggiato. “Una commedia è uno specchio della vita reale” afferma Machiavelli nell’unica dichiarazione di poetica desumibile nel suo corpus. Il classico triangolo amoroso (Nicia-Lucrezia-Callimaco), qualche macchinazione (la beffa ideata da Ligurio ai danni di Nicia per favorire l’amico Callimaco), servi burloni doppiogiochisti (Siro) e frati dalle ampie vedute (Fra Timoteo), la plautina notte degli inganni, l’aristofanesco banchetto a coronare il lieto fine, conciliante ma non pienamente soddisfacente. Tutti gli uomini sono rei, diceva Machiavelli nel “Principe”. E infatti non si salva nessuno, nemmeno la fortezza di virtù (apparente) che è Donna Lucrezia.
Ispirandosi all’operazione compiuta da Fassbinder sulla goldoniana “Das Kaffeehaus”, Marco Baliani mette in scena una dark comedy, dal gelido umorismo che non muove alla risata ma immobilizza il pubblico e lo costringe alla riflessione e all’autoanalisi. Firma una regia e una riscrittura la cui cifra stilistica è da ricercare nel mood di Machiavelli durante l’esilio e in quella malattia dell’anima che segna, contagiosa, il sentire di un’epoca. Di quel male nero (la melancolia), “La Mandragola” di Baliani e dei Nuovi è il ritratto, pur rappresentando il promettente starting point della nuova era del Niccolini: passa in rassegna vizi e limiti delle umane genti senza possibilità di salvezza ed ogni personaggio si presenta come un tipo umano sul modello della commedia dell’arte. Ci sono il troppo stupido e credulone Nicia (Sebastiano Spada) e la sua troppo virtuosa consorte Lucrezia (Nadia Saragoni); la madre di lei, Sostrata, spregiudicata e disincantata (Beatrice Ceccherini); c’è il furbetto traffichino Ligurio (Francesco Argirò) in combutta con il bello e bravo kalòs kaì agathòs Callimaco (Athos Leonardi), con il servo Siro al seguito (Filippo Stefani) e il frate ben disposto a reggere il gioco e favorire l’inganno (Francesco Grossi).
Mandragola ombreL’azione è ambientata in una scena scarna e oscura fatta di panche e panneggi damascati porpora a fondo nero, i personaggi vestono total black (scene e costumi a cura di Carlo Sala). Baliani riduce in un atto unico senza intervallo i cinque originali, snellisce qua e là, aggiunge il lazzo delle urine à la Molière e l’inserto comico-intellettualoide della definizione simil enciclopedica e stregonesca della radice di mandragola e delle sue proprietà miracolose. Ad arricchire l’azione, altrimenti piuttosto statica, una scenografia work in progress (panche spostate, accatastate, accantonate), la componente musicale come parte integrante della drammaturgia e l’impiego dei mimi. I Nuovi dimostrano capacità e potenziale: cori a cappella sui ritmi dei madrigali a ricreare l’atmosfera, assoli da musical ad esplicitare i pensieri dei personaggi. E le ombre (Filippo Lai, Davide Diamanti, Maddalena Amorini, Laura Pinato), veri e propri doppi che con il linguaggio del corpo e brevi coreografie commentano e accompagnano la vicenda, con un risultato simile ai pantomimi impiegati da Emma Dante nella sua “Cenerentola” rossiniana, per intenzioni, e, per risultati, al “Folk-s” di Alessandro Sciarroni.
L’intervento del regista si estende fino alla sfera linguistica, in un’operazione di avvicinamento della forma e dei temi alla contemporaneità. In tal senso viene eliminata la celebre battuta in cui si sostituisce “carrucola” a “Verrucola” (ossia il monte Verruca vicino a Pisa che era stato lo scenario di un’impresa militare fiorentina di successo), riferimento che risuonava certo alle orecchie del primo pubblico ma risulterebbe oscuro oggi. Eppure vengono lasciati i riferimenti alle spade degli ungheresi (quando Nicia dice a Callimaco: “Ho più fede in voi che gli ungheresi nelle loro spade”). Complessivamente adattamento più che traduzione, vengono abbandonati vernacolo e regionalismo e viene offerta una proposta valida nella forma letteraria e attoriale, scenica e musicale.

Fondato a metà Seicento, frutto del desiderio di avere un luogo interamente dedicato al teatro indipendentemente dalla corte medicea, viene intitolato al drammaturgo livornese nel 1860 e venduto alla famiglia Ghezzi nel 1934. Trasformato in sala cinematografica fino agli anni Settanta poi sottoposto ad una serie di restauri, è inattivo dal 1995 ed infine acquistato da Mauro Pagliai nel 2006. Nel 2018 il Teatro Niccolini dà il via ad una rinnovata e inedita stagione di teatro ed etica sociale. Sotto l’egida della Fondazione Teatro della Toscana, 16 allievi neodiplomati della Scuola per Attori “Orazio Costa” del Teatro della Pergola (“i Nuovi”) prendono in carico il teatro, la sua gestione materiale, amministrativa e artistica. Un percorso di formazione a 360 gradi sulle professioni del teatro di durata triennale che li vede già impegnati nelle operazioni di accoglienza al pubblico, pulizia dello stabile, promozione degli eventi e, last but not least, collaborazioni con registi di fama nazionale e protagonisti di produzioni ad hoc. “La Mandragola” inaugura la serie e torna a fare "il tristo tempo più suave".

Alessandra Pratesi
22/04/2018

Ph. Filippo Manzini
Spettacolo visto il 17 aprile (secondo cast).

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