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Madame Bovary di Baracco, se mai i sintomi dell'isterismo sono stati teatro, è il suo

Nella sala al pianterreno della fattoria dei Rouault siede Emma, tesa a un ricamo inesperto che le buca le dita con la frettolosa esigenza d'essere portate alle labbra per arginare la lesione. La osserva il Dottor Bovary (Lino Musella), arreso, dinanzi agli occhi illuni della signorina che offrono la quiete necessaria al sensuale daffare del medicarsi con la bocca. Ma Lucia Lavia non abita una fattoria, dietro ai suoi vestiti si staglia una successione di colori abbacinanti, orchestrati secondo i presentimenti suoi e di chi guarda: il cromatismo non fa che calcare i contorni di un'impalcatura in due livelli, sua abitazione e più verosimilmente sua memoria. Insomma, le inferriate scorrevoli, che gli attori non si risparmiano di far scoccare contro le pareti per ogni sottile volubilità della protagonista, sono gli anfratti dell'immaginazione di Emma. Un'adultera logorata dalla provincialità del suo intorno: l'uomo che ha sposato l'ama della medesima intensità con cui l'atterrisce per le sue piattezze, desolante per quanta mediocrità gli alberghi in corpo.
Andrea Baracco muove la sua donna sulla linea dell'isteria, un terreno mal setacciato dalla scienza dell'epoca ma così enormemente prolifico per la letteratura; tanto più che la femmina muove i passi di una danza erotica e inconsolabile, su un palco disseminato dei romanzi che le hanno affollato l'immaginazione di sentimenti slanciati e agognati sino alla convulsione.
In Baracco, la fedeltà a Flaubert si risolve nella costruzione di oggetti vivi quanto i personaggi: la signora Bovary partorisce un manichino di figlia, legnosa nei movimenti condotti da Roberta Zanardo, saggiati sull'esitazione che ha una bambina di amare una madre travolta dai ditirambi della fantasia. Le parole del farmacista Homais (Gabriele Portoghese), intavolate in chimeriche discussioni costrette al borgo in cui esercita e il piede caprino del garzone Hyppolite (Laurence Mazzoni), che s'incancrenisce sotto ai ferri dell'ennesimo atto d'inezia di Monsieur Bovary, vivono e irrorano di realismo le cavità del Piccolo Eliseo.
L'adulterio della Signora, tuttavia, perpetuato di uomo in uomo, consumato nel dandysmo di Rodolphe (Xhuljo Petushi) quanto nell'astenia di Léon (Mauro Conte) è un eterno concedersi alla seduzione della propria individuale anima affranta. Si direbbe che pure Monsieur Lheureux (Elisa Di Eusanio), un mercante di avidità, sia amante suo: amante nel vendergli il vestiario adeguato a soddisfare il desiderio d'essere cinta da un qualche genere di corpo che la inebri, un corsetto imprigionante come gli amplessi di un uomo che le veneri i fianchi.
La fenice Madame muore ogni volta dell'identico impulso nevrotico con cui rinasce in qualcun altro, come a teatro, come un'adultera.

Francesca Pierri 01/03/2016

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