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Tenebra in sardo si traduce con "Macbettu"

PADOVA – Negli anni scorsi altri due esperimenti simili a questo “Macbettu” sono andati in scena; mi riferisco al “U' jocu sta finiscennu” dei Kripton, traslazione in calabrese del “Finale di partita” beckettiano, e “Nozze di sangue” di Serena Sinigaglia, con le parole di Garcia Lorca tradotte dallo spagnolo-galiziano al sardo della Barbagia. E torniamo al nostro “Macbettu” di Alessandro Serra (“Macbeth” il cui testo è stato tradotto in sardo da Giovanni Carroni; perché soltanto il nome del protagonista è stato portato nell'isolano dialetto e non quelli degli altri personaggi rimasti con il nome originale? Macduff, Banquo, Duncan, etc), a cura del suo Teatropersona e di Sardegna Teatro, in finale al Premio Rete Critica con già la vittoria del Premio A.N.C.T. e con quella del Premio Ubu comemacbettu1 miglior spettacolo. Nel prima c'era stato anche l'involontario endorsement dell'articolo a tutta pagina di Franco Cordelli dal titolo “Non vedo l'ora di non vederlo”. Man bassa, asso piglia tutto, annata fortunata.
Lavoro splendido, pieno, ora gravoso e concettuale adesso lieve, dai tratti che rimandano alla tradizione russa, rigoroso, coerente, preciso, tagliente come la carta: una festa per gli occhi per la puntualità delle scelte registiche, per le trovate diffuse, per le intuizioni sparse, per le illuminazioni dispensate con generosa facilità. Serra si conferma, dopo le interessanti prove del “Trattato dei manichini” o “Aure”, “L'ombra della sera” o ancora macbettu2“H+G”, uno dei registi della nuova generazione con le idee più limpide e fervide, con i guizzi più chiari e lampanti, con un equilibrio quasi maniacale, un esercizio teatrale dove spazio, tempo, senso profondo e intimo trovano casa e sponda, accoglienza e distanza.
Ad un'atmosfera pesante ed inquietante (e qui ci è venuta in soccorso visivo quella di “In girum imus nocte” di Roberto Castello), nera e lugubre, opaca e fioca, di colpi di bandone e sussurri d'acqua che scroscia e cola, fa da contraltare l'aspetto leggero dedicato e sartorialmente cucito sulle tre streghe/Arpie (interpretate da uomini, come nel teatro elisabettiano, così come un uomo è anche Lady Macbeth) che, nelle loro cantilenanti coreografie, giocano, si trasformano, mutano, ricordandoci allegre comari paesane (quelle di De Andrè che non sanno più dare il cattivo esempio) o le sorellastre di una qualche fiaba nordica. Inmacbettu3 questo impasto, in questo andamento di montagne russe aspro come filu e ferru e sferzante come mirto, solido come nuraghe e croccante come pane carasau, soffice come seada, esplodono i segni-feticci che Serra dissemina, nella pulizia generale di elementi scenici che macbettu4liberano la mente e il pensiero: la bara che porta sassi, la processione funebre sui vetri rotti, le stoviglie a grattare l'acciaio, la patina spessa di briciole di pane sulle quali passeggiare come ferirsi le unghie, rumori ancestrali che ricordano didgeridoo aborigeni a creare un tappeto sonoro dentro il quale perdersi fino alle radici ultime dell'incipit dell'Uomo.
Serra è da sempre padrone di suggestioni, creatore di mondi interiori vaporosi che spingono sul limite, maestro di ovattature e crinali nei quali rimanere impigliati, reti mobili e fitte vegetazioni nelle quali cadere imbrigliati. Il suo è un teatro povero ma ricco di idee, carico di chiaroscuri, in cui il nero delle scene fa rima con il buio che abita l'anima dei suoi personaggi cupi, nel quale abisso l'affacciarsi dona già vertigine. In quest'assenza di colori (tutti sono in grigio, tranne Lady Macbeth in total black) piena di allucinazioni e apparizioni, emergono tratti forti, il sughero o i campanacci per le greggi, s'alza a livelli attoriali altissimi, immolandosi, Leonardo Capuano, qui immenso interprete che si fa carne e materia viva pronto a prendersi sulle spalle larghe il peso di una drammaturgia irta, pronta a ferire. Macbettu è un incubo tutto da vivere, tenebre da assaporare, gelo tremendo che scorre sottopelle e ancora insegna, Macbettu è una gioia del e per il teatro, Macbettu ci voleva, mancava.

Tommaso Chimenti

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