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“Lo Straniero”: Fabrizio Gifuni porta Camus al Teatro Vascello

Il palcoscenico è spoglio, buio, silenzioso. Tra gli amplificatori e le aste per microfoni, un unico e grande faro abbagliante inquadra Fabrizio Gifuni, che entra vestito completamente di bianco. Illumina i suoi passi verso il centro della scena, i suoi movimenti, le mani, l’intensità del suo sguardo. Davanti al leggio inizia a raccontare con la sua voce magnetica e potente: di colpo non ci troviamo più al Teatro Vascello di Roma. Siamo sotto il sole di Algeri, tra le aride spiagge africane, la sabbia rossa e vibrante, gli odori del porto, il caldo torrido della città. Davanti a noi non c’è più Gifuni, ma il francese Meursault, straniero in terra ostile, tormentato dall’inquietudine e dai sensi di colpa, che racconta tristemente i suoi ultimi mesi di vita fino alla sua fine.

Si apre così “Lo Straniero. Un’intervista impossibile”, in scena fino al 5 marzo, tratto dall’omonimo capolavoro dell’esistenzialismo francese scritto da Albert Camus nel 1942, nel pieno della Seconda guerra mondiale. Lo spettacolo si inserisce nel ciclo di letture al Teatro Vascello intitolato Fabrizio Gifuni, l’autore e il suo doppio, dove l’attore romano reinterpreta in un vero tour de force alcuni dei più grandi della letteratura del Novecento: dopo Camus è la volta di “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini (7 e 8 marzo), e del meno conosciuto “Il dio di Roserio” di Giovanni Testori (9 e 10); chiude infine “Un certo Julio”, omaggio agli immortali scrittori sudamericani Julio Cortázar e Roberto Bolaño.Fg1

Gifuni non è nuovo alla reinterpretazione di testi letterari, soprattutto di autori italiani come Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini. È però riduttivo parlare dei suoi spettacoli come di letture: grazie alla sua formidabile tecnica teatrale, Gifuni entra direttamente nel corpo e nell’anima dei suoi personaggi, li vive, ne condivide i pensieri, i tormenti, il dolore. Un’immedesimazione che si realizza nei movimenti delle mani, del capo, fino a ogni muscolo del viso; e ovviamente nel totale controllo della voce, che Gifuni è in grado di modulare come vuole, passando dal grido al sussurro, al sibilo, al rantolo, con sorprendente naturalezza. Il pubblico viene inevitabilmente catturato e trasportato in un’altra dimensione, all’interno dell’universo del romanzo e della psiche del protagonista. «Penso che non ci sia niente di più naturale, ha spiegato in un’intervista a Repubblica, che far compiere alla parola il suo tragitto di ritorno al corpo, staccandola dalla posizione orizzontale della pagina scritta per metterla in quella verticale dell'attore in scena. La letteratura è la materia con cui mi invento il teatro». Il nero su bianco dell’opera diventa così qualcos’altro: si trasforma in carne, respiro, vita, e lo spettacolo in una sorta rito collettivo che si risolve in catarsi, scavando nella vera essenza del teatro.

Un romanzo inquieto e complesso come “Lo Straniero”, raccontato in prima persona, è l’opera ideale per mettere in luce le qualità recitative di Gifuni, che rivive con maestria gli ultimi mesi di vita di Meursault, francese in Algeria: la sua totale indifferenza per la morte della madre, il suo arrivo all’obitorio, dove beve un caffelatte e si accende una sigaretta accanto al corpo della madre; il lacerante senso di colpa, l’amore fallito con la bella Maria Cardona; l’insensatezza del delitto, gli spari sul corpo esanime, la lunga attesa del processo, il rifiuto di Dio e la condanna a morte; la consapevolezza dell’assurdità dell’universo e della sua totale indifferenza nei confronti dell’umanità. Gifuni ripercorre su di sé le tappe del travaglio interiore di Meursault, il suo affanno, il suo sguardo sconvolto e febbrile, il corpo debilitato dal caldo torrido che obnubila i sensi e confonde la ragione. Anche gli altri personaggi del romanzo sono resi in modo efficace, con voci distinte e riconoscibili: la cantilena gracchiante dell’avvocato, la voce rude e gutturale di Raimondo Syntes e il tono pacato del prete sono macchiette quasi comiche e farsesche in confronto alla profondità caratteriale e psicologica del protagonista.

Lo spettacolo, per la regia di Roberta Lena, è diviso in quattro atti, intervallati da canzoni vagamente in relazione con l’opera, come "Killing an Arab" dei Cure e "The Stranger" dei Tuxedomoon. Ad accompagnare le parole di Gifuni, i suoni e i paesaggi musicali evocativi del dj e sound designer G.U.P Alcaro, presente in scena.

“Lo Straniero” di Fabrizio Gifuni è un viaggio nell’universo del romanzo di Camus e insieme è qualcosa di completamente diverso. La storia esce dalla parola scritta e diventa materia tangibile e pulsante, facendoci vivere un’esperienza indimenticabile.

Michele Alinovi 04/03/2017

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