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Lo splendido debutto della stagione lirica palermitana con “Götterdämmerung – Il crepuscolo degli dèi” nella visione moderna di Graham Vick

Preceduta da tre giorni di videomapping sul prospetto principale del Teatro Massimo di Palermo e, accolta con una diretta streaming sul sito di Repubblica, “Götterdämmerung– Il crepuscolo degli dèi” di Richard Wagner, ha trionfalmente inaugurato la stagione lirica del prestigioso Teatro Massimo.
La regia, firmata da Graham Vick, non si sottrae alla sua fama, imponendosi da subito sotto una chiara luce contemporanea. L’impianto scenico, opera di Richard Hudson, è essenziale e le quinte sono a vista. L’imponente palcoscenico del Massimo si presenta al pubblico senza filtri, né sipario. Una grande pedana circolare posta al centro della scena servirà, di volta in volta, a porre gli ambienti principali in evidenza con l’ausilio dell’efficace disegno luci di Giuseppe Iorio.
Il monumentale ciclo, che costò a Wagner ventisei anni di lavoro, consiste di un prologo, “L’oro del Reno” e tre giornate: “La valchiria”, “Sigfrido” e, appunto, “Il crepuscolo degli dèi”, quarto e ultimo dramma musicale della Tetralogia “L’anello del Nibelungo”, formato da un prologo e tre atti.
Nel prologo, in un’atemporalità profetica le tre Norne (contralto, mezzosoprano, soprano), fasciate in severi tailleur dietro un’austera scrivania, ricordano i giorni del potere di Wotan e predicono la fine degli dèi e l’incendio del Valhalla. Come fossero puntuali contabili al servizio del mondo, filano la corda del destino che improvvisamente si spezza abbandonandole così a una lacerante geremiade per la perduta saggezza.
Dalla cima della verde montagna del Valhalla appaiono all’alba i due innamorati: l’eroe Siegfried (tenore Christian Voigt) e la sua devota donna Brünnhilde (soprano Iréne Theorin), figlia di Wotan, un tempo potente Valchiria. I due protagonisti vengono presentati inequivocabilmente come un eroe poco affascinante, dall’aspetto dimesso ai limiti del rozzo e una qualunque donna innamorata.
In un duetto all’italiana, ricco di linee melodiche, Brünnhilde invita Siegfried ad andarsene in cerca di nuove avventure, ma teme che la dimenticherà. Come pegno d’amore indissolubile il giovane dona alla sua donna l’anello magico sottratto dal tesoro di Fafner, non conoscendone il potere e il male che in esso ne risiede. L’amata ricambia il gesto affidandogli il suo fido destriero Grane, interpretato da Jean Maurice Feist confermando quel processo di antropomorfizzazione della natura, fondamentale nella regia di Vick e guidata nelle azioni mimiche da Ron Howell. Qui la musica, diretta dal maestro Stefan Anton Reck, alternando temi dai più luminosi ed eroici ai più acuti e tenebrosi, avverte dell’insidia in agguato: all’arpa si sostituiscono i violoncelli, al flauto l’oboe e sparisce il lievissimo trillo sovracuto presenti nei drammi precedenti.
Ci ritroviamo così nel primo atto, alla corte dei Gibicunghi, un popolo che vive lungo il Reno presieduto dai fratelli Gunther (Eric Greene, baritono) e Gutrune (Elizabeth Blancke- Biggs, soprano).
In t-shirt e jeans aderenti sorretti da un paio di bretelle rosse, a metà tra il protagonista kubrickiano di “Arancia Meccanica” e un odioso naziskin, è presente anche il perfido fratellastro Hagen (Mats Almgren, basso) concepito per mezzo di uno stupro, personificazione di tutti i vizi e i mali della società contemporanea.
Vick lo fa muovere in platea riuscendo a provocare un’atmosfera quasi di terrore: la profonda voce del basso, infatti, risuona come una grancassa e scuote il pubblico che, quasi intimorito, sobbalza sulle comode poltroncine rosse del teatro.
Sin dalla prima scena Hagen non esita a manipolare la verità per impossessarsi dell’anello, convince i fratellastri a cercare due degni sposi suggerendo i nomi di Siegfried e Brünnhilde e tacendone ovviamente la relazione amorosa. Vick ci presenta questi personaggi come lascivi, superficiali, sempre pronti a sniffare un po’ di coca sulla lucida spada o scattare fotografie con il più sofisticato device tecnologico. In quest’atmosfera, sopraggiunge Sigfried che ignaro, accetta di brindare sorseggiando un filtro d’amore e di oblio offerto dalla seducente Gutrune, di cui si innamora immediatamente dimenticando la sua vera donna.
L’ingenuo eroe stringe un patto di sangue con il re, impegnandosi a riprendere l’anello tramite l’elmo magico che gli darà le sembianze di Gunther.
Intanto Brünnhilde in attesa che il suo uomo rientri dalla caccia, riceve la visita di una delle sue otto sorelle Waltraute (Viktoria Vizin, mezzoosoprano) accompagnata dal celebre tema della Cavalcata delle Valchirie la quale supplica invano la restituzione dell’anello alle ondine per scongiurare la fine del mondo. Lascia il posto all’arrivo del falso Gunther che, malgrado la riluttanza della valchiria, le sottrae l’anello e la piega al suo volere portandola via.
Si apre così il secondo atto dove Hagen vede apparire in sogno il padre Alberich (basso Sergei Leiferkus) che reclama la sua vendetta. Il primo, in un torpore sonnambolico, accompagna a passi lenti il vecchio padre su di una sedia a rotelle disegnando sul palco una scena dalla strumentazione livida senza il suono di alcun violino. Il colloquio tra i due nibelunghi è la scena più nera di tutto il Ring che precede quella delle nozze tra Brünnhilde e Gunther e Sigfried e Gutrune.
Hagen riunisce il popolo, unico coro presente in tutta la Tetralogia, per preparare l’accoglienza degli sposi con tanto di paparazzi, donne impellicciate e ragazzine con i poster del loro beniamino divenuto tale per non si sa quale sconosciuto merito. Qui Vick rappresenta il delirio collettivo che può scatenarsi durante alcuni eventi mondani e il paradosso che può scaturirne.
Nel bel mezzo della cerimonia nuziale a quattro, infatti, assistiamo allo sdegno di Brünnhilde enfatizzato dai temi del Risentimento e della Follia che, accortasi dell’inganno e disperata per non trovare nel suo Sigfried alcun segno d’amore, medita vendetta e rivela che nella schiena risiede la vulnerabilità dell’eroe. Una scena degna delle migliori soap opera alla quale Vick però, riesce a non togliere comunque il pathos previsto da Wagner.
Il terzo atto, vede le figlie del Reno, le ondine Woglinde (Stephanie Corley, soprano), Wellgunde (Christine Knorren, mezzosoprano) e Flosshilde (Renée Tatum, mezzosoprano) cantare la perduta purezza delle origini. Hudson le veste, non a caso, dapprima con abiti da ingenue scolarette e poco dopo con succinti top e minigonne inguinali dai colori accesi e luccicanti. Sigfried perso durante la caccia, intreccia con loro un malizioso dialogo arrivando quasi a cedere l’anello ma poi le abbandona per ritrovarsi tra Gunther, Hagen e gli altri cacciatori. In un’atmosfera all’insegna delle droghe e dell’alcol, Hagen fa bere a Sigfried un siero del ricordo che gli restituisce immediatamente la memoria e, distratto per un momento da due corvi, viene trafitto alle spalle dal malefico Hagen.
Segue la morte dell’eroe accompagnato da una marcia funebre simile a un inno sacro, brano celebre per essere stato uno dei preferiti da Adolf Hitler il quale lo concepiva come inno della nazione tedesca, spesso eseguito durante i concerti isolato dal resto dell’opera.
Gutrune, appresa la morte del suo sposo, si scaglia contro i fratelli ora, nel finale Hagen rivendica l’anello e per questo uccide anche il suo fratellastro Gunther. Solo adesso entra in scena Brünnhilde, la vera sposa dell’eroe, che promette di redimere l’umanità immolandosi con lui, in un rogo sacro.
La fine del mondo è giunta, il fuoco arde i due innamorati e insieme la montagna del Walhalla. L’orchestra esegue il tema della Redenzione esprimendo il messaggio della rigenerazione che Wagner ha voluto affidare unicamente alla musica come “opera d’arte totale in grado di esprimere l’inesprimibile”.
Così come Wagner, probabilmente influenzato dalle insurrezioni rivoluzionarie del 1848 narra apparentemente una vicenda mitica basata su saghe medievali nordiche ma in realtà, porta in scena unʼimplicita denuncia politica nei confronti del sistema capitalistico borghese avido e corrotto, anche Vick nel suo spettacolo, ridicolizzando il potere, denuncia alcuni elementi tipici della nostra società e, nel finale, ce ne mostra uno in particolare, dall’inquietante realismo portando così a conclusione un lavoro della durata di cinque ore e venti, a dir poco originale e credibile.

Miriam Larocca 09/02/2016

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