Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Sul palco del Teatro Argentina, la qualità: ventuno giorni di "Lehman Trilogy"

“Figlio di un mercante di bestiame, ebreo circonciso, con una sola valigia a fianco, fermo immobile, come un palo del telegrafo, sul molo number four del porto di New York”.
È l'11 settembre 1844 e l'orologio del porto segna le 7:25 quando il giovane ventitreenne Henry Lehman, lasciando il piccolo villaggio bavarese di Rimpar, “entra nel carillon chiamato America”. Raggiunto a distanza di pochi anni dai fratelli Emanuel e Mayer, insieme creeranno un impero finanziario dalla portata mondiale, passando il testimone per ben tre generazioni, tracceranno la storia del capitalismo americano, fino al 15 settembre 2008, data che segna la più grande bancarotta finora verificatasi negli USA: il crack della Lehman Brothers.

Tradurre in forma letteraria prima e in spettacolo teatrale poi, centosessanta anni di storia familiare, economica e sociale non è certamente impresa semplice. Se poi il testo è scritto da uno dei più accreditati autori lem1contemporanei, e la regia, affidata a una di quelle personalità, scomparsa di recente, a cui attribuire il termine “genio” non ti fa sentire uno sciocco utilizzatore di epiteti inflazionati, è facile comprendere perché “Lehman Trilogy”, ultimo grande capolavoro registico di Luca Ronconi, su testo di Stefano Massini, sia divenuto in poco tempo un evento culturale di quelli a cui sembra quasi doveroso partecipare.
Massini scrive un'opera in grado di attraversare il tempo intrecciando la storia privata di una famiglia e quella universale degli uomini e la consegna nella mani di Ronconi che ne fa un vero e proprio lavoro di traduzione, trasportando tutto ciò nella lingua del teatro. Una meditata architettura guida la struttura dell’ordine in scena. Il regista, d’intesa con l’autore, infatti, suddivide i tre capitoli della Trilogia (Tre fratelli, Padri e figli, L’immortale) in due parti intitolate “Tre fratelli” e “Padri e figli”. Così, il pubblico, protagonista attivo, può vedere lo spettacolo una parte alla volta, o scegliere di abbandonarsi al flusso della narrazione in un' esperienza più totale, dato che, come ironicamente affermava lo stesso Ronconi: "dura solo cinque ore....".
Cinque ore in cui l'interpretazione è un punto fondamentale poiché contribuisce a fornire una prova tangibile di quel teatro di parola di livello pregiatissimo. “Lehman Trilogy” è forse il simbolo più compiuto della ricerca ronconiana sul testo, fatta di un’attenzione certosina a ogni sfumatura e un profondo studio del ritmo, quasi si trattasse di un’opera da musicare. Pensiamo alla scena in cui Massimo De Francovich sintetizza cantando la Guerra di Secessione, o Fabrizio Gifuni, come un chirurgo dalla maniacale precisione, appare in armonia nella scena del corteggiamento nevrotico; mentre Massimo Popolizio, con la sua prova matura e forse un po' troppo disinvolta, risulta il più umano fra tutti. Il resto del cast ha uno spessore granitico, attori che non interpretano un ruolo ma abitano la zona narrativa del personaggio, abili a costruire un immaginario attraverso la forza delle parole, riuscendo addirittura a conferire un ritmo naturale a ciò che naturale non è. Qui la potenza della parola sovrasta ogni esigenza di naturalismo, non solo nell'interpretazione, ma anche nella scenografia e nei costumi. Per questi ultimi, non compaiono riferimenti storici di alcun tipo, ma si tratta, seppur dal taglio sartoriale, di vere e proprie tute da lavoro, utili a far emergere solo le facce, come fossero ritratti o fotografie in primo piano.
lem2Anche la scena è neutra ma ricca di efficaci segnali drammaturgici: un orologio che pur segnalando lo stesso orario si muove come la rappresentazione stessa a cui assistiamo, come un film della memoria guidato da una misteriosa moviola in un continuo andirivieni; un equilibrista che cammina in bilico su una trave mentre attraversa il soffitto del palcoscenico asettico e grigio, come uno speculatore di Wall Street sempre alle prese con un assetto precario. Sedie, tavoli, segnali, insegne e pulpiti che spuntano all'occorrenza per indicare i percorsi della storia. E, come varie strofe, le scene sono introdotte dalla proiezione di alcune scritte che raccontano, non solo il crollo di una banca, l'ascesa e la caduta di una famiglia, ma anche la schiavitù dei neri in Alabama, l'assassinio di J. F. Kennedy e di Martin Luther King, la schiavitù verso le nuove forme di tecnologia, la sottomissione al denaro.

Ma, su tutto, l’opera sembra raccontarci la perdita delle tradizioni e il distaccarsi lento e inesorabile dalle proprie radici. La prima parte, infatti, è segnata da un continuo gioco di riflessi fra la memoria della Baviera natia e l'ambiente d'adozione americano, mentre nella seconda parte la memoria della propria appartenenza europea svanisce del tutto: i figli dei Lehman sanno a stento indicare sulla cartina geografica dove sia Rimpar. Tant'è vero che Henry dopo la sua morte, in una frequente contaminazione tra reale e onirico, ricompare non come fantasma ma come coscienza critica, continuando spesso a ricordare il passato e a recitare preghiere. È come se nel racconto si tracciasse chiaramente il passaggio fra diversi tipi di religioni: gli ebrei Lehman non arriveranno mai ad abbracciare una forma di laicità, ma sembrano piuttosto entrare gradualmente in un nuovo corredo dottrinale che è quello del capitalismo, fatto ugualmente di riti e obblighi specifici e ben determinati.
Anche la concezione del denaro è diversa tra le generazioni: i tre Lehman vedono e toccano cotone, carbone, ferrovie; i loro figli e i loro nipoti si occupano di speculazioni finanziarie e circolazione di titoli.
Il denaro da frutto del lavoro si trasforma in necessità di accumulo, così la vita è sostituita da una caccia infinita all’affare migliore, persino quando si tratta di matrimoni.lem3 È facile intuire come sia possibile perdere in tal modo il contatto con la realtà.
Questo passaggio travolge anche la gente comune, il proletariato, i piccoli risparmiatori che investono con l’obiettivo di guadagnare “senza lavorare”, un po' come il Pinocchio di Collodi che accetta la proposta del Gatto e la Volpe di seppellire i suoi soldini nel Campo dei Miracoli, con la speranza di vederli moltiplicare senza sforzo.
Nell’opera, tuttavia, non ci sono né assoluzioni né condanne, né tantomeno manuali di condotta, si tratta semmai con le parole di Ronconi di una "soluzione drammaturgica vigorosa ed efficace nel corso di un trittico quasi wagneriano, dove l'Oro del Reno di un'Alabama negriera giungerà, inevitabile, al Crepuscolo dei divini indici di Wall Street".
Il fascino di questo racconto risiede nel poter assistere all'intera parabola di una dinastia e di una rilevante banca d'affari, osservando un lungo arco temporale segnato con l’apparente leggerezza e semplicità di un equilibrista. Ed è curioso come la storia di una banca americana fondata da tedeschi venga narrata da un italiano per raccontare la storia degli Stati Uniti, a conferma che questa vicenda fa parte di un grande meccanismo in cui siamo tutti immersi e per cui le storie appartengono a tutti.
D’altra parte, se oggi indossiamo dei jeans, fumiamo una sigaretta, beviamo un caffè, accendiamo un televisore, “parliamo la lingua del computer”, o ancora, ci rammarichiamo dell’esistenza della bomba atomica, amiamo “Via col vento” o attraversiamo il Canale di Panama, in parte lo dobbiamo anche alla saga della famiglia Lehman.

Miriam Larocca 27/12/2016

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM