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Le Serve, eterno gioco delle parti. Gli allievi della “Silvio d’Amico” portano Jean Genet al Teatro Studio Uno

ROMA - Un macabro gioco, un desiderio profondo e a lungo immaginato, gesti rituali, ossessioni e psicosi. Questi sono gli elementi che caratterizzano l’opera "Le Serve", testo di Jean Genet, in scena dal 17 al 20 gennaio presso il Teatro "Studio Uno" di Roma. Adattamento e regia sono frutto della prima collaborazione fra Michele Eburnea e Caterina Dazzi, allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, capaci di interpretare il testo, spogliarlo della sua costruzione tradizionale e offrire al pubblico un lavoro innovativo e ottimamente elaborato. L’adattamento, ricco di novità, mantiene fermo l’obiettivo originario di Genet, ossia offrire la rappresentazione di un’emarginazione sociale, quella delle serve, che esiste unicamente nella relazione con il potere, la padrona, in parte amata e in parte odiata. Un contrasto di sentimenti che porta le protagoniste a vivere in uno stato di psicosi, palesato nell’inquietante e ciclico gioco di fantasia che le spinge a inscenare continuamente l’omicidio della padrona.

LE SERVE foto di Federica Di Benedetto 2 minLo spettacolo prende vita da un fatto di cronaca nera avvenuto nella Francia del 1933, quando le sorelle Papin decisero di uccidere con cruda violenza la donna di cui erano la servitù. Il testo di Genet vuole rappresentare l’antefatto a questa drammatica vicenda, portando in scena il desiderio e infine il fallito tentativo delle serve di liberare la propria esistenza dall’ingombrante figura della “Signora”. Talmente ingombrante che i giovani registi decidono di eliminarla dalla scena, lasciando sul palco le serve, sole e inespresse senza di lei. È il gioco a evocarne la presenza. La Signora è assente ma esiste attraverso le serve stesse, attraverso il loro continuo scambio di ruoli ed il loro macabro rituale, esasperato, quasi fosse la prova di una recita destinata a restare inespressa.

Il palco è spoglio, pochi gli oggetti presenti; il momento è imprecisato ed ininfluente ai fini della rappresentazione, inserito in un luogo definito unicamente dal contesto; i costumi ridotti al minimo, la luce appena accennata. Un adattamento che racconta una paranoica, passionale e alienante interazione fra Claire e Solange (le serve), rese folli dalla contrastante ossessione nei confronti della padrona.
La scena è conquistata dall’interpretazione di Sara Mafodda, Mersila Sokoli e dello stesso Michele Eburnea, attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, i quali presentano al pubblico un significativo e paradossale rapporto a tre. A loro è affidato il compito di accompagnare lo spettatore nella complessa psiche delle due serve, fatta di personalità diverse, multiple, i cui confini sono spesso confusi e indefiniti, alternandosi sul palco con carica espressiva, una gestualità marcata e la naturale fisicità dei corpi nascosti unicamente da un’umile vestaglia bianca.

LE SERVE foto di Federica Di Benedetto 4 minEburnea e Dazzi decidono dunque di osare, di offrire una nuova interpretazione al conflitto interno delle due serve di Genet. Un conflitto che è metafora di una lotta di classe incontrovertibile. Un tragico binomio fra giusto e sbagliato, fra realtà e finzione, fra essere e apparire. Vivere e morire. Sul palco prendono forma la rabbia, le insicurezze, le speranze e le paure delle protagoniste, il tutto grazie a una palpabile complicità fra gli attori, capaci di portare la platea all’interno dell’intimità delle due domestiche. Il loro gioco travolge il pubblico, lo inquieta, lo confonde. Una pièce sperimentale, originale nella sua messa in scena, capace di fondere tradizione e innovazione, rendendo il testo stesso parte dell’ineluttabile conflitto che è chiamato a esprimere.

Lorenzo Bartolini 18-01-2019

Foto: Federica Di Benedetto

 

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