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“Le mille e una notte”: al Teatro Vascello le “favole” sanguinarie di Shahrazad

Cos’hanno in comune Desdemona, Arianna, Dafne, la dea Eco e Ofelia con le donne brutalmente uccise delle quali, come in un bollettino di guerra, quotidianamente conosciamo lo strazio? E con le vittime dei conflitti mondiali, agnelli sacrificali, corpi stuprati e deturpati dalle logiche irrazionali degli uomini? Ci vorrebbe per tutte loro Shahrazad. A placare l’ira cieca dei tanti Shahriyar che, nei secoli dei secoli, sfogano su donne innocenti e caparbie, in quei ventri che danno la vita, in quei cuori colmi di passione.
In “Le mille e una notte” la compagnia Teatro del Carretto di Lucca mette in scena al Teatro Vascello, dal 15 al 26 marzo, una rivisitazione di uno dei capisaldi della letteratura mondiale. La celebre raccolta di novelle arabe nella quale la principessa persiana Shahrazad salva il destino di numerose donne dalla legge disumana del sultano Shahriyar che, dopo il tradimento della prima moglie, decide di uccidere tutte le altre dopo la prima notte di nozze. La principessa sceglie di immolarsi sposandolo e, per mille e una notte, racconta al suo sanguinario marito storie avvincenti connesse l’una all’altra, ottenendo la sua attenzione e la sua resa. Il sultano, affascinato e ammansito, pone così fine all’infinita scia di uxoricidi.
Maria Grazia Cipriani rappresenta, attraverso i suoi tre interpreti, la donna simbolo della solidarietà femminile e del sacrificio per il bene comune. In un’atmosfera mortifera, spesso interrotta da improvvisi slanci di gioia e leggerezza, si consuma il destino di numerose donne, narrato da Elsa Bossi, una Shahrazad dal corpo gracile e dalla forza spiazzante: violata, picchiata, soffocata, sanguinante, con una pistola alla tempia, è la personificazione del martirio continuo di mogli, madri, fanciulle, spazzate via dal “vento” carico di odio dell’uomo. Senza retorica. L’uomo che, nell’atteggiamento fiero e inquietante di Fabio Pappacena o nei modi buffoneschi di Giacomo Vezzani, appare sempre come un essere “piccolo” pur nella sua potenza fisica, nella sua capacità di distruggere i sogni e la vita di colei che è capace di amarlo senza freni. Che si chiami Otello, Narciso, Teseo, Apollo o Marco o Giovanni, spesso neanche il bene più profondo riesce a salvarlo da se stesso: da una passione folle, da un rifiuto, da deliri di onnipotenza.
Non sono le classiche novelle orientali a essere narrate ma, dalla mitologia alla letteratura, fino alla cronaca, “favole” tragiche di donne che urlano la loro libertà, il loro amore, per finire a supplicare pietà mentre si apprestano a morire.
Un continuo sussulto per lo spettatore, tra colpi di pistola, violenza fisica e il presentimento che il male è sempre in agguato. Insopportabile la visione (e l’ascolto) dello strazio: impotente di fronte alla crudeltà che nella realtà non ha antidoto.
Scheletri vestiti da sposa che si tramutano in angoscianti carillon, teschi esposti come trofei, candidi vestiti imbrattati di sangue: ci vorrebbe Shahrazad, per mille e una notte e altre mille e una ancora, ad intonare dolcemente “Gracias a la vida” e a diffondere ovunque il suo canto di speranza, il suo inno alla vita.

Davide Antonio Bellalba  20/03/2016

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