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Le confessioni autolesive di una mente spiritosa: "Mumble Mumble" di Emanuele Salce

Chi di noi in tenera età non ha mai sfogliato le pagine di un Topolino appena comprato in edicola, ansioso di leggere nuove avventure? Tra i vari “Aargh”, “Bang”, “Grrr”, “Gulp”, “Sic” e così via, a volte giungeva quel momento in cui uno dei personaggi doveva necessariamente fermare il suo continuo errare per poter riflettere e pensare prima di prendere una decisione importante. “Mumble mumble” è il soprannome che Emanuele Salce si è guadagnato da ragazzino per i borbottii incomprensibili che emetteva mentre rimuginava. Solo questo suono onomatopeico riusciva a esplicare la sua profonda e costante riflessività, il suo essere accartocciato su sé stesso come una pallina di carta stropicciata che giace isolata in un enorme cestino da ufficio.
“Mumble Mumble”, ovvero “Confessioni di un orfano d’arte” è il racconto intimo e coraggioso della perdita di due padri, una sincera confessione di raffinata ironia che Emanuele Salce riporta in scena al Brancaccino fino al 24 gennaio, con la collaborazione di Paolo Giommarelli.
Nell’infimo camerino del teatro parrocchiale di una sperduta provincia italiana, l’attore cerca di conciliare la verità assoluta che trova nei versi de “I Fratelli Karamazov” ai momenti più grotteschi, macabri e osceni dei funerali di Luciano Salce e Vittorio Gassman.
Nel ruolo di regista, Giommarelli consiglia all’attore di raccontare sé stesso con disinvoltura e scioltezza, abbandonando la voce autorevole e impostata di Gassman, padre putativo con cui Emanuele è cresciuto. Inizia così un monologo intervallato dai precisi interventi del regista che citando Achille Campanile e Petrarca, rappresenta l’ironico contraltare psicoanalitico e discreto personaggio-spettatore che scandisce i vari momenti di una confessione ricca sia di figure pubbliche che di personaggi teneramente privati.
Non è certamente facile raccontare la morte, ma il dolore va affrontato prima o poi e Salce lo fa con estrema bravura, rielaborandolo attraverso ricordi e aneddoti surreali, metafore e immagini ironiche, personalità presenzialiste e volti bizzarri che trasformano gli ultimi saluti a due immensi artisti in un becero “funeral party”, un volgare “happening” in contrasto con le sofferenze dei familiari, descritte dall’attore con una tenerezza mai banale. Quanta insensibilità bisogna sopportare quando muore una celebrità, sembra dirci Salce, ma ciò non gli impedisce di superare cotanta freddezza e far pubblicare un sincero e affettuoso necrologio nel giorno del funerale di suo padre Luciano, stroncato da un tumore quando Emanuele, poco più che ventenne, spendeva solitamente i suoi fine settimana all’insegna dell’ebbrezza.
L’attore vorrebbe dimenticare il passato, le numerose e infruttifere iscrizioni universitarie e accettare finalmente quel mondo dello spettacolo che da tempo lo spaventava e a cui non voleva mai avvicinarsi, in quanto a suo dire rendeva gli uomini brutti e cattivi. “L’unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi” insegna Wilde, ma prima di prendere una decisione così importante, quel momento fondamentale che segue al “mumble mumble” iniziale, egli deve liberarsi di un peso enorme e lo fa raccontando una terza morte, stavolta solo metaforica, che assume la funzione di catarsi. O meglio un “catarsi addosso”, una divertentissima provocazione rievocata da una sciagurata boccetta di lassativi che il nostro, costipato da giorni, aveva ingurgitato poco prima dell’incontro con un’irresistibile bionda australiana conosciuta a Sydney anni orsono. Una letterale esplosione di autoderisione finale quindi, accompagnata dallo scroscio incessante degli applausi di un pubblico che riconosce in Emanuele Salce un degno figlio, orfano ed erede d’arte.

Andrea El Sabi 25/01/2016

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