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La vita non è un “Cabaret”: il nuovo allestimento del celebre musical in scena al Teatro Brancaccio di Roma

Giulia Marangoni

L’enorme luminosa insegna “Cabaret”, formata da luci scintillanti, troneggia sul palco, abbaglia, incanta, ma all’improvviso si stacca, cade, si accascia su un lato, mentre entra in scena il “Maestro di Cerimonie” che ci introduce, con i suoi ballerini e ballerine, all’interno del Kit Kat Klub, invitando il pubblico a lasciarsi travolgere dall’atmosfera del locale e a dimenticare i propri problemi. Così si apre il nuovo allestimento del musical “Cabaret”, ad opera della Compagnia della Rancia, con la regia di Saverio Marconi, che ha inaugurato la stagione del Teatro Brancaccio di Roma.
Il celebre spettacolo, basato sulla commedia di John van Druten e sui racconti di Christopher Isherwood, con le musiche di John Kander e le liriche di Fred Ebb, è un classico del teatro musicale mondiale, che per anni ha incantato Broadway e che oggi arriva sul palcoscenico romano con una regia interessante, a tratti nuova e profonda. Il regista ne dà una lettura molto più dura, realistica, con momenti di teatro nel teatro, e soprattutto con una costante presenza di inquietudine che aleggia anche nei momenti più leggeri e spensierati. Ciò lo si vede già dalla figura ambigua e stravagante, che prende vita solo sul palco del Kit Kat Klub, del Maestro di Cerimonie, interpretato da un incredibile Giampiero Ingrassia. È un personaggio sempre pronto a scherzare, che vuole divertire, far dimenticare la durezza della realtà, e che ha una morale corrotta e decadente, sottolineata in questo caso dal trucco, una maschera a metà tra un Joker e il Corvo, che suscita inquietudine.
È quindi un maestro più cinico, decadente, morboso rispetto all’originale, che apre al pubblico le porte del suo club e lo conduce nella Berlino degli anni Trenta, poco prima dell’ascesa del III Reich, e lo fa immergere nella tormentata storia d’amore tra lo sfortunato scrittore americano Cliff (Mauro Simone), giunto in città in cerca d’ispirazione, e la fragile e bellissima Sally Bowles (Giulia Ottonello), giovane stella del club, che sogna di diventare una grande attrice. A questa si intrecciano poi storie di altri personaggi, tra i quali quella dell’anziana affittuaria Fraulein (Altea Russo) e del suo spasimante ebreo Herr ( Michele Renzullo), mentre fuori aleggia un vento di cambiamento e di minaccia: il nazismo è ormai alle porte, sulla Germania e sulle vite di tutti sta per abbattersi la furia hitleriana, e il Maestro di Cerimonie, che sorveglia su tutto e tutti, ne è quasi metafora. Cerca di distrarre e far dimenticare agli spettatori tutto ciò, ma non ci riesce.
La guerra e la morte si aggirano di continuo, con forti e significativi rimandi simbolici e musicali: la canzone a sfondo patriottico “ Il futuro appartiene a me”, intonata da un cameriere all’interno del club, che diviene un oscuro inno al nazismo, oppure l’inno nazista cantato durante la festa di fidanzamento di Fraulien e Herr, i continui riferimenti al pericolo di sposare un ebreo, il pestaggio di Cliff ad opera di alcuni nazisti, e poi soprattutto il toccante ed emozionante momento in cui Sally, delusa, disperata e in cuor suo consapevole del futuro drammatico che l’aspetta, si esibisce al Kit Kat Klub cercando di convincere se stessa e il pubblico che la vita è come un cabaret. Però sul finale sviene e dietro di lei un’enorme svastica compare a sottolineare quanto ormai l’incubo del nazismo sia vicino. E’ un momento molto toccante, forse il più emozionante e riuscito dell’intero spettacolo.
Giulia Ottonello interpreta magnificamente la celebre “Cabaret”, le dà intensità, spessore, e un una forte drammaticità, riuscendo a rendere la tragicità della condizione personale della ragazza e dell’intera società del tempo, perché purtroppo la vita non è un cabaret. Proprio ciò ci viene sottolineato nel toccante e drammatico finale in cui il Maestro delle Cerimonie si congeda dal pubblico, togliendosi dal capo il cilindro e diventando una persona come le altre, quasi come se il cappello, che continua a rimanere sotto le luci dei riflettori, lo avesse reso invulnerabile alla realtà che lo circondava, e si ritrova all’interno di un bunker, innalzatosi dal pavimento del palcoscenico. Anche lui come tanti sarà vittima dei campi di tortura del regime nazista e della feroce guerra mondiale, evocata dai rumori dei bombardamenti durante le musiche finali. Niente e nessuno può far dimenticare ed esorcizzare le ferite, i dolori e gli orrori di una guerra e la dura realtà di ciascuno.
La vita non è un cabaret è la morale che vuole suggerirci fin dall’inizio questa versione del musical, infatti l’insegna che crolla in apertura rappresenta il crollo di ogni illusione dinanzi alla terribile realtà, e si sposa perfettamente con il drammatico finale, con il quale va a creare una ring-composition.
Saverio Marconi dà vita ad uno spettacolo imponente e affascinante, dove tra luci, lustrini, nastrini, paillette, costumi da sogno, coreografie dallo stile internazionale e scenografie incantevoli, curate nei minimi dettagli, riesce a fondere le storie dei personaggi e la Storia. Impeccabile il cast, dal corpo di ballo agli attori, tra i quali spiccano Giampiero Ingrassia, che recita ma soprattutto canta, confermando ancora una volta tutto il suo talento, in particolar modo in momenti di spiccata intensità come in “Non importa” e la celebre “Money”, e la giovane e bravissima Giulia Ottonello, che con la sua voce potente e limpida, e la sua forte presenza scenica, convince e emoziona.
Il nuovo allestimento di Cabaret quindi fa sognare e allo stesso tempo rimanere con i piedi per terra, costringendo gli spettatori ad affrontare la realtà e ad abbandonare l’indifferenza, suggerendogli di aprire gli occhi sempre davanti alle illusioni e alle mistificazioni con cui si mascherano spesso le cose che non si vogliono vedere o si ha paura di affrontare.

Davide Antonio Bellalba  09/10/2015

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