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“La vita accanto”: l’immortale sogno di apparire

Dal 2 al 7 febbraio il Teatro dei Conciatori di Roma ha portato in scena “La vita accanto”, spettacolo che sviscera il tempo e lo spazio di una bambina, di una ragazza, di una donna. Le vicende sono tratte dall'omonimo romanzo di Mariapia Veladiano.
Con le proprie paure, le proprie insicurezze, il proprio inesorabile e inequivocabile aspetto, il personaggio di Rebecca, unica protagonista, è impersonato da Monica Menchi che riesce in maniera instancabile a dare forma a questa bruttezza e all'altra metà interiore, quella di una toccante sensibilità, senza smettere, per ben un'ora e mezza di prestazione, di fondersi tra la l'essere, l'apparire con tutte le sue alterità.
Giocando dentro uno spazio dove regna il minimalismo di forme decadenti, la palpabilità dei sensi diventa fondamentale in ogni parola e in ogni gestualità. Non è uno specchio a dare forma alla bruttezza di una donna nel corso della sua vita, ma il riscontro che ne riceve dalle sue esperienze. Il lungo racconto, che ci accompagna nella vita di Rebecca, racconta le vicende attraverso il proprio volto deforme e diventa paradigmatico di un'interiorità che si plasma attraverso questo peso identitario. Cosa diventa poi una donna alla fine di tutto questo? Una vecchia. Una bruttezza destinata a convertirsi in una nuova forma deturpata. Rebecca, non smette comunque di dare sfogo ai sentimenti e alle emozioni che la rendono una persona capace di folgoranti pensieri. Qualunque donna, così, diventa sua complice, per essersi immedesimata almeno una volta, nella sua condizione. Non è più la fisicità di ciò che succede ad essere importante, diventano fondamentali cose come le parole e le ultime scritture di una madre che senza saperlo l'aveva sempre amata. Gli odori si mescolano ai ricordi, e infine, in una commovente malinconia scoppia la lucida e consapevole gioia di essere se stessa.
La regìa di Cristina Pezzoli gioca con lo spazio di un grande specchio che divide la scena, che mostra e nasconde, diventa l'occhio di Rebecca e degli altri, un filtro che talvolta si opacizza e si oscura incanalando gli scenari più torbidi e i pensieri più grigi. Punta molto sul didascalico segno visivo e non lascia equivoci alla trama e alle parole di Rebecca, soprattutto verso la fine. Con una protagonista che ama la musica, ricorre a grandi classici e persino alla nota colonna sonora che Yann Tiersen compose per “Le Fabuleux Destin d'Amélie Poulain” (2001). Questo ci fa riscoprire nel personaggio di Rebecca quella singolare femminilità che ricorda il personaggio di Amelie, a cui non interessava appartenere a qualcosa che la facesse sentire accettata nella società, piuttosto percepire quel mondo voluttuosamente sensuale, che ha donato al cinema una flagrante sinestesia. Potrebbe essere un punto di forza questa scelta registica, ma trattandosi di una pièce la cui protagonista è una talentuosa pianista, questo azzardo può più facilmente diventare una debolezza, in uno spettacolo che non possiede anche delle proprie musiche originali, e per di più, trattandosi di Tiersen, ne ha di inflazionate.
Il testo drammaturgico di Maura Del Serra è magistralmente affabulatorio, non è un caso che ne abbia comprato i diritti cinque anni fa Marco Bellocchio con l'intento di farci un film.

Emanuela G. Platania 09/02/2016

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