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La storia di chi resta: “Tante facce nella memoria” al Teatro Argentina

L’attitudine che distingue gli uomini dagli altri esseri viventi è il ricordo. La condanna è la capacità di raccontarlo. Così, attraverso le parole di chi racconta, la memoria si trasforma nello specchio della storia e, a volte, la cronaca può diventare drammaturgia.
Al Teatro Argentina è in scena fino al 20 marzo “Tante facce nella memoria”, diretto da Francesca Comencini. Un palco interamente al femminile, con le facce e le voci di Mia Benedetta (Lucia Ottobrini, medaglia d'argento), Bianca Nappi (Marisa Musu, medaglia d'argento), Carlotta Natoli (Gabriella Polli, figlia di Domenico Polli), Lunetta Savino (Ada Pignotti, vedova di Umberto Pignotti), Simonetta Solder (Vera Simoni, figlia di Simone Simoni) e Chiara Tomarelli (Carla Capponi, medaglia d'oro della Resistenza).
Nessun vero testo teatrale: lo spettacolo, come precisa una voce fuoricampo all’inizio della rappresentazione, è liberamente tratto dalle registrazioni raccolte da Alessandro Portelli a testimonianza di una delle pagine più tristi e macabre della storia italiana. Un lungo e difficile fiume di parole, plasmate in un unico testo drammaturgico da Mia Benedetta e Francesca Comencini che hanno così ricostruito la memoria di queste donne, dall’attentato partigiano di Via Rasella all’eccidio che ne seguì nelle Fosse Ardeatine.
Sono voci il cui nome si perde nel momento stesso in cui si esauriscono le presentazioni, che hanno senso di esistere nella loro testimonianza di vedove, di orfane, di combattenti. Voci che riportano la memoria di una sconfitta familiare, a fronte di un’Italia che aveva voglia solo di riappropriarsi della propria libertà. Ma aldilà delle pagine dei libri di storia, esiste tutta un’Italia di donne che ha lasciato le proprie vite tra le macerie, che ha visto i propri uomini scomparire tra la polvere dei bombardamenti, che ha vissuto la solitudine dei letti coniugali accompagnate solo dalle eco dei ricordi.
“Tante facce nella memoria” si presenta, a primo impatto e forse anche nelle intenzioni, come un racconto corale. Eppure non lo è. Le sei donne stanno lì, sedute su quelle sedie, tra il confessionale e il banco degli interrogatori, raccontando la propria testimonianza ignare le une delle altre. Le testimonianze si intrecciano, le famiglie si compongono e spariscono negli stessi momenti, cucite, scucite, ricamate e stracciate lungo il filo unico dei fatti accorsi quel 23 marzo 1944.
Sei voci divise dalla guerra, due visuali da bracci diversi della trincea. Le vedove e le orfane da una parte, le combattenti e le decorate dall’altra: le donne messe in scena da Francesca Comencini ci ricordano come la guerra abbia spaccato i fronti. E se racconto corale vuole essere, “Tante facce nella memoria” è un coro dalla polifonia imperfetta, in cui nessuna ascolta l’altra ma stanno tutte lì, come orfane perenni, come abiti dimenticati sotto la pioggia. Come quell’ammasso di giacche, cappotti e pastrani che incombe sulle teste delle sei protagoniste, un po’ candelabro un po’ nuvola nera, da cui nei momenti del ricordo più doloroso, cade una pioggia fina e amara a ricordare, questa l’impressione, che il dolore della perdita non ha fermato il tempo, che le ferite più profonde guariscono e che la memoria, sola, resta come traccia di quella stagione di morte.
Così come cantava Gabriella Ferri: “Ognuno ha la sua storia, tante facce nella memoria”.

Federica Nastasia 19/03/2016

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