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La "Prima guerra" dei trentini: storia sconosciuta, tragica e toccante

CERTALDO – Allo specchio come essere italiani al fronte in due modi differenti. Nel suo dittico sulla Grande Guerra, ricordo-monito e non celebrazioni, se in “Milite ignoto” Mario Perrotta era tutta la Babele di lingue dialettali sparsi per lo Stivale e confluite nel fango e nella melma di una trincea-latrina sperso a difendere una manciata di terra marcia, qui in “Prima guerra” è un confronto a due, in controcampo, in controcanto, in contropiede, contraltare e contrappasso, tra un lui andato a sparare di baionetta e lei rimasta a volerne sentire dolorosamente e nostalgicamente quel peso addosso mai afferrato, quella felicità intravista e poi sparita. “L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità” (John Kennedy).
Due amanti semplici che si scrivono lettere che mai arriveranno, che nella fretta lei (Paola Roscioli caparbia e dolce, compagna anche nella vita) è stata sfollata, che nel trambusto lui (di nome fa Toni come quel Ligabue che così poliedricamente Perrotta ci ha raccontato nella sua recente trilogia conclusasi sul Po) ha cambiato riparo sotto un elmetto esile, confidando nella fortuna e nel buon Dio più che nelle dotazioni d'artiglieria. “La guerra delle isole Falkland? Due calvi che litigavano per un pettine”
(Jorge Louis Borges).
Perrotta, insieme a Roscioli e a Silvia Ferrari, pochi mesi fa hanno fondato l'associazione “Permar”, staccandosi dall'ITC San Lazzaro e dal Teatro dell'Argine; Permar che è ovviamente Perrotta Mario ma anche quell'andare, quel girovagare ulissiano, quel viaggiare curioso e instabile, fonte di conoscenza, scompiglio, dolore e voglia di sapere, d'apprendere. “Le superpotenze si comportano da gangster, ed i paesi piccoli da prostitute” (Stanley Kubrick).
Questo “Prima Guerra” è un'indagine di Perrotta sugli italiani trentini e giuliani, terra di confine, considerati temuti austriaci dagli italiani, e per questo vessati, ritenuti italiani infingardi dagli austriaci, e per questo deportati nei primi esperimenti di campi di concentramento. Dal Carso mandati a morire dagli austriaci perché possibili spie, spediti in campi profughi dagli italiani. In una terra di mezzo, in una terra contesa, i soprusi si raddoppiano. Le missive, che mai raggiungono il bersaglio, come frecce di un Cupido strabico, sono poesie rappate in canti popolari (vengono in mente gli ultimi progetti delle Albe ravennate), e l'atmosfera è quella delle ballate da sagra, dei sorrisi larghi di chi s'accontenta di quel poco o nulla che ha a disposizione. “Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata” (Proverbio Africano).
Le lettere, pur non arrivando, si sovrappongono, come se si rispondessero, o, da entrambi i lati, chiedessero le stesse informazioni, volessero soddisfare la stessa curiosità di vita. Lettere mai recapitate nelle mani dell'altro ma è come se l'altro, a distanza di migliaia di chilometri ed all'oscuro della situazione in cui è immerso il partner, ne sentisse in sottofondo le esigenze, ne percepisse le volontà e le richieste. Combattono la stessa guerra, con armi diverse, ma lo stesso conflitto, patendo le stesse rinunce e pene (il concetto di fondo anche di “Donne in guerra” di Laura Sicignano del Teatro Cargo di Genova: “Finisce la guerra, ma non finisce la guerra che ho dentro”, dice la ragazza). Anzi, è come se scrivessero la stessa lunga lettera, come un telefono senza fili, come una maglia fatta all'uncinetto, un golf che tenga caldo. “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre” (Albert Einstein). Si scrivono per non morire prima del tempo, per tenere in vita quel filo, per allontanare le Parche con le loro forbici azzannatrici. Un'epopea tragica che solo la voce caracollante e marinaresca d'onde e salmastro di Mario Perrotta (nuovamente Premio Ubu, stavolta per il Progetto Ligabue) poteva raccontare, con quella leggerezza fatta di strappi e risalite, di salite dure da digerire, di atrocità vellutate con una risata di paese, di quella leggerezza spensierata che solo il non aver niente può regalare.
“Combattere per la pace è come scopare per la verginità”, diceva quello.

Visto al Teatro Boccaccio, Certaldo.

Tommaso Chimenti 24/12/2015

Foto: Luigi Burroni

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