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La Nuda Verità è che non ho pianto

La confessione, come la scrittura, è prima di tutto un atto di fede nei confronti di chi la riceve. Perché chiunque sa che nel cuore di ogni essere umano sono custodite le colpe più sordide, ma è nel momento in cui si è decisi a restituirle alla luce da cui provengono che il terrore del giudizio altrui assale anche la bocca più temeraria. Sarà per questo che Charles Alavoine, dal buio della sua cella, decide di usare la penna per liberarsi del peso della sua colpa. E non sceglie un familiare, un amico o un prete per confidarsi, ma un giudice. Lo stesso che ha decretato la condizione di colpevole nella quale vive.
Queste sono le premesse di “La nuda verità”, dramma scritto, prodotto e interpretato da Claudio Beghelli l’autore, un commovente monologo che si erge, lungo due ore di spettacolo, unicamente sulle sue gambe. O meglio, ruote. Già, perché nel piccolo teatro di Portaportese Beghelli, con il fondamentale aiuto registico di Francesca Calderara, porta in scena prima di tutto la sua tenacia. Nessun sentimentalismo o sguardo pietoso verso chi, sullo sfondo di un teatro italiano sempre più ermetico, pone sul palco qualcosa di inusuale.
Come inusuale, anzi al limite del fastidioso, è la storia di cui racconta. Charles è un uomo perfettamente inserito nella borghesia di un piccolo comune francese: medico, cittadino onesto e rispettabile, vede morire la prima moglie dopo il difficile parto della sua secondogenita. Convolato a nuove nozze con l’ideale Armande, vedova corteggiata da tutti gli uomini del paese, scopre la gabbia di una vita troppo perfetta, nella quale il giudizio della donna mette continuamente sotto scacco sia lui che la madre. Esausto dall’eccessivo decoro che ella continuamente indossa («Come si fa ad andare a letto con la Dignità per dieci anni?») decide di tradirla, intenzionalmente, con una prostituta. Sarà poi il caso a fargli incontrare sui binari deserti di una stazione, Martine, la donna per il cui omicidio è stato accusato.
Il reato, del quale per ben metà della pièce non sappiamo molto, si schiude improvvisamente davanti ai nostri occhi, colpendoci con la sua crudezza. L’uomo si svela un violento abituale nei confronti di quell’amante che, dice, si rivela a lui tramite due differenti lineamenti: alla dolce e devota ragazza si alterna la frivolezza di una giovane che sembra infastidire terribilmente il temperamento del piccolo medico di provincia. È quest’ultima, afferma, l’unica vittima della sua efferatezza: «L’ho liberata, signor giudice!».
Vivo e reale per la verità – nuda, appunto - di cui racconta, lo spettacolo risulta carico di forza ed energia, costretto però a fare i conti con la faticosa performance che Beghelli chiede a sé stesso. Spendibile, forse, in una durata più breve, il testo ha tutte le carte in regola per mutarsi in un adattamento cinematografico o, perché no, per una più intima versione in carta stampata.

Elena Pelloni 21/03/2016

Foto: Elena Pelloni

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