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"La Gabbia" di Massimiliano Frateschi al teatro Brancaccino

La Gabbia può essere uno stato fisico ma anche mentale. Ce lo racconta il testo contemporaneo diviso in due atti dell’autore Massimiliano Frateschi. Al centro della scenografia, si erge lo scheletro di una struttura cubica, con un trampolino di rete alla base e circondata ai lati da un nastro adesivo per imballaggi. S’intuisce fin da subito l’intento di voler rappresentare una cella, dove, all’interno si disperano due uomini in isolamento che indossano una divisa bianca e una benda in testa per coprire la rasatura dei capelli. Uno dei due, Max, è sonnambulo e proprio l’uccisione della moglie durante uno dei suoi episodi notturni è la causa della sua pena. Di Pier, invece, il motivo del calvario ci resta sconosciuto per tutto lo spettacolo. S’intuisce però che l’uomo soffre di allucinazioni ogni qual volta cerca di raccontare la sua vita privata, facendolo appunto sempre in modo differente. Frateschi potrebbe voler invitare ciascuno dei suoi spettatori a riflettere su se stessi e sulle proprie paure. Quelle paure che, se tenute dentro a lungo, possono portare a uno stato di chiusura mentale ed emotiva, impedendo ad ognuno di vivere pienamente le proprie emozioni, restando chiusi e fermi, esattamente come in una gabbia. La Gabbia allora, e soprattutto il personaggio di Pier, del quale non viene svelato esattamente il reato, può essere interpretato come uno status neutrale nel quale ognuno di noi può immedesimarsi, vestendo questa neutralità della propria paura o del proprio timore. Discorsi sfasati, movimenti sconnessi, scazzottate, litigi ma anche prese in giro e battute ironiche tengono per mano i due protagonisti nel percorrere un viaggio di speranze verso una luce che s’intravede solo attraverso le sbarre di una cella. L’unica presenza che si avverte al di fuori dei due, è quella di una voce che annuncia, insieme agli effetti delle luci, l’arrivo del tramonto, dell’alba e dei pasti odierni. Insomma, i protagonisti vivono un totale e completo isolamento. I due uomini condividono insieme la cella, non solo fisica ma anche mentale, una condizione psichica che li rinchiude nelle angosce e nelle paure più grandi. La vera vittoria è riuscire a vincere i nostri timori e distruggere quella gabbia che costruiamo all’interno di noi stessi, perché come dice Max, “La vera gabbia non è quella qui fuori ma quella che hai dentro!”. Un’ottima rappresentazione scenica per raccontare la metafora della chiusura in cui spesso si vive senza neanche accorgersene. Lo spettacolo “La Gabbia” di Massimiliano Frateschi è andato in scena al teatro Brancaccino fino al 12 Maggio, con la collaborazione di Frateschi stesso, Federico Tolardo, la regia di Max Vado, le scenografie di Andrea Urso, i costumi di Tiziana Massaro, le foto di Bianca Hirata e con la co- produzione di Inthefilm.

Greta Terlizzi

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