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“La fanciulla con la cesta di frutta”, lo spettacolo che mette in scena tutte le anime di un'opera d'arte

Edward Munch diceva «non si possono dipingere eternamente donne che cuciono e degli uomini che leggono; io voglio rappresentare degli esseri che respirano, sentono, amano e soffrono». Ma la tela in questo modo diventa forse una condanna? Se il pittore ritrae il suo soggetto mentre mangia, egli mangerà per sempre, se lo dipinge mentre muore, morirà per sempre: la sua anima insomma, sarà per sempre destinata a quel sentimento che il creatore ha deciso di fissare sulla tela.
Da questo concetto del “perpetuo”, di qualcosa che dura “eternamente” e che un po' turba la mente dell'uomo chiusa nell'idea di limite, nasce uno spettacolo che invece vuole proprio giocare con il senso di qualcosa che dura in eterno, sempre uguale a se stessa, immobile e immutabile.
Divertente, piacevole e spassoso è lo spettacolo “La fanciulla con la cesta di frutta”, il progetto nato da un'idea di Marco Celli e Francesco Colombo andato in scena per la prima volta a “ContaminAzioni”, il festival autogestito dagli allievi lafanciulla07dell'Accademia Nazionale “Silvio D'Amico” e riproposto giovedì 2 giugno al Teatro dell'Orologio di Roma per “Dominio Pubblico”.
L'idea dello spettacolo parte da una domanda: chi vive oltre la pennellata fissa del pittore, l'anima del soggetto rappresentato o quella del suo stesso creatore? Quelle figure che se ne stanno appese alla parete della Galleria Borghese, in realtà pensano, parlano, ridono e prendono in giro guide giapponesi che riportano ai visitatori nozioni precise imparate a memoria sui libri di storia dell'arte. Il problema è che il pittore li ha fissati eternamente nel quadro con tutto quello che hanno provato quando erano uomini vivi, corpi in carne ed ossa in grado di provare fisicamente ogni tipo di sensazione. Solo quando si spengono le luci di quel luogo-custode di un tempo fuori dal tempo, i soggetti dei quadri si animano e prendono vita confessando i più nascosti desideri, le più bizzarre nostalgie, le più eccentriche e stravaganti intenzioni che hanno il tono di un sogno che sfocia già in utopia.
Grazia Capraro, Adalgisa Manfrida, Michele Ragno e lo stesso Marco Celli sono i volti, così fedelmente realistici, dei soggetti raffigurati nei quadri.
Mario Minniti è quel “Fanciullo con canestro di frutta” che Caravaggio dipinse nel 1593, è l'uomo che si sdoppia tra l'anima del creatore e la creazione; dialoga con il suo alter ego, in una forma di spiritosa ironia per cercare di comprendere se il padre dell'opera non si conservi in realtà nel suo stesso lavoro. Ma c'è in realtà chi è lusingato dal poter essere l'immortale immagine della tela: è una ballerina a cui Degas ha regalato la possibilità di stare eternamente in scena, senza che il tempo appassisca mai la sua giovinezza, come una luce perpetua sul palcoscenico.
lafanciulla1Ma cosa passa invece nella mente di un soggetto che però è l'autoritratto del suo stesso creatore? Forse il pensiero più autentico di chi l'ha dipinto, quelle caratterizzanti sfaccettature di un altro-io, quelle parole in prima persona ma fuori da sé. E sicuramente Van Gogh, in questo senso, è veramente il personaggio più riuscito dell'intera rappresentazione. Michele Ragno interpreta il ruolo di un pittore tanto eccentrico e geniale insieme, ne restituisce un'immagine che diverte perché è in grado giocare in maniera originale, con quella connotante e acutissima follia. Delizioso è anche il momento in cui esce dal quadro per riprendere in mano il pennello e dipingere quel nuovo modello che ha di fronte: un pubblico che ride e si diverte davanti alla rappresentazione, un autentico “quadro” di scena.
Il problema dell'identificazione tra artista e opera si pone però quando al centro della tela non ci sono più soggetti ripresi dalla realtà, ma immagini astratte. Il taglio di Fontana, ad esempio, non può avere insita la sua anima ...o forse sì?
Sarà solo l'arrivo della Gioconda che metterà a tacere le infinite domande che si accumulano, senza vera risposta, nella mente dei protagonisti di questi dipinti.
«Questa faccenda dei quadri» diceva Alessandro Baricco « m'ha sempre colpito. Se ne stanno su per anni […] stanno lì, attaccati al chiodo. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola», e in effetti...chissà quanto devono annoiarsi quei soggetti a sentire sempre le stesse storie, in quella stessa posizione che li accompagnerà per un “per sempre” indefinito.
È bello pensare però che quelle figure non siano solo immagini ideali, ma reali personaggi in grado di provare le sensazioni che Celli e Colombo, in maniera originale, gli hanno così abilmente, dipinto addosso.

Laura Sciortino 04/06/2016

 

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