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La denuncia sociale fatta "Ad occhi chiusi"

Ogni narrazione presuppone un punto di vista: è una regola fondamentale se si vuole raccontare una storia. E il punto di vista implica necessariamente una scelta che è inevitabilmente anche un’esclusione.
"A occhi chiusi" è uno spettacolo sperimentale basato su un patto di fiducia assoluta tra gli attori e gli spettatori: una storia ci verrà raccontata a condizione di non fare domande e di lasciarci guidare nei luoghi in cui le vicende si svolgono.
Dietro la sperimentazione c’è un sorprendente dispiegamento di mezzi e location che riescono a mantenere costantemente alta l’attenzione dello spettatore – necessaria a una narrazione così complessa e articolata – e che tengono vivi i brividi lungo la schiena fino alla fine.
Il fatto è una storia d’amore che gradualmente diventa ossessione e infine tragedia: un femminicidio come i tanti che affollano tristemente le pagine dei nostri giornali.
Il punto di vista è di Martina Fumai. Con incredula curiosità osserviamo nascere la sua relazione con il medico Gianluca Scianatico, la loro convivenza in un bell’appartamento che al manifestarsi delle prime attitudini al possesso e al controllo del compagno gradualmente si rimpicciolisce fino a diventare una gabbia.
Poi le prime violenze fisiche oltre che verbali che sfociano nella vera e propria dominazione sessuale.
Martina – e noi spettatori con lei – si rifugia presso un istituto religioso che accoglie donne vittime di violenza, sporge denuncia contro il suo ex compagno ma nessun legale vuole occuparsi del caso: Gianluca Scianatico è figlio del presidente della Corte d’Appello e l’unico ad accettare l’incarico è il coraggioso avvocato Guido Guerrieri.
In aula assistiamo a tutte le delicate fasi di un processo giocato ad armi impari e che vede sul banco degli imputati una storia fatta d’amore e di violenza destinata a concludersi in un luogo insolito quanto inaspettato.
Per l’epilogo gli spettatori dei diversi punti di vista vengono riuniti nello stesso posto eppure le prospettive della storia non convergono: chi segue Martina può solo
amaramente ascoltare dai poliziotti cioè che le accadde, quando non le fu più possibile mostrarci la sua storia.
Teatro dell’iper-realismo in cui lo spettatore è dentro la storia letteralmente e n’è parte attiva, qualsiasi muro tra finzione e realtà viene fatto saltare in aria a favore di un’immedesimazione totale.
Mentre seguivo Martina, cosa stavano vedendo gli altri spettatori e dove? Quale storia stavano vivendo?
Lo spettacolo come una favola ha la sua morale: insegna a rassegnarsi al fatto che ogni punto di vista ne esclude necessariamente un altro e che ogni storia sottintende altrettanti vissuti che non ci è dato conoscere.
È una morale che si accetta malincuore, nell’ansia da osservatori onniscienti a cui un certo tipo di teatro spesso ci ha abituati, diseducandoci al valore del taciuto e dell’intuizione.

Imma Amitrano 18/03/2016

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