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"La cena delle belve": il bieco cinismo per salvarsi la pelle

ROMA – L'ultimo lavoro nel quale si era cimentato Vincenzo Cerami prima di scomparire prematuramente ci parla di amicizia ma soprattutto di ipocrisia e di quello che siamo disposti a fare, o meno, per salvare la pelle anche a discapito di quelli che fino a pochi minuti prima consideravi “fraterni”. Molte le carte in gioco in questa “La cena delle belve” (in un Teatro Quirino stracolmo per la pomeridiana), chiaramente francese (testo d'ambientazione borghese di Vahé Katcha) e traduzione appunto dello scomparso autore: c'è il classico interno da tutti contro tutti, da gioco al massacro, c'è una combriccola che dall'euforia scivola nel dramma (rimanendo a tutti gli effetti però una commedia godibile), sullo sfondo dell'occupazione nazista, nell'originale a Parigi, da noi a Roma. Se l'impianto da interno altolocato con divani, sedie, poltrone e porte sa di teatro classico didascalico, sebbene la prima parte ne esca sonnacchiosa e sbadigliante, nella seconda escono fuori i caratteri, la grinta, gli attributi di personaggi e attori (il cast è una garanzia); nettamente, e per distacco, emergono Maurizio Donadoni, grande carisma, Emanuele Salce, aplomb e classe da vendere, Francesco Bonomo, nel difficile ruolo del non vedente (un Tiresia moderno), e Silvia Siravo con un monologo tenace e battagliero sull'Armistizio ancora lontano dal venire.fotoFrancesco-Bonomo-con-Silvia-Siravo-ne-La-Cena-delle-belve_foto-di-Luigi-Ceratti.jpg

In un ricco attico romano nel '43 si sta svolgendo una festa con arrosto, champagne, vino e grappa in tempo di ristrettezze, fame e mercato nero. A quella tavola siedono professionisti, medici, mercanti, intellettuali, ex militari: insomma l'elite italiana, piegata al dominio tedesco a casa propria, ma sempre di classe agiata stiamo parlando. Malauguratamente però, mentre la ciurma parla e conversa di frivolezze e leggerezze, come se la guerra non dovesse toccarli, sproloquia sugli ebrei e inneggia al nemico teutonico, sotto al loro palazzo due guardie SS vengono uccise alle spalle. In questi casi, purtroppo si sa, il tributo che la Germania chiedeva era pari uno a dieci, ovvero per ogni tedesco ucciso sarebbero stati fatti sparire dieci italiani. Ci sono dieci appartamenti nel condominio e le SS cominciano il loro rastrellamento, ne hanno presi diciotto quando si presentano alla porta della “nostra” abitazione dove placidamente e ingenuamente gli invitati si dicono estranei all'accaduto e dispiaciuti.

Improvvisamente sembra piombare, finalmente anche per loro, la guerra nelle loro coscienze fin lì silenti e ignare delle conseguenze di quel sanguinario nemico invasore alle porte. Ma il comandante fa loro un “favore”; invece che scegliere lui, per pura casualità, due membri del gruppo, lascia ai sette (non contro Tebe) la scelta di indicare i due prescelti volontari. Da quel momento hanno due ore che sono l'hic et nunc dello spettacolo che vive, si agita e si muove con quello scorrere del tempo, come se tutti noi fossimo non solo testimoni ma anche possibili protagonisti nostro malgrado. E' qui che “La cena delle belve” da banchetto conviviale si tramuta in uno zoo con iene, squali, avvoltoi, piranha, soprattutto carogne. Il mors tua vita mea diventa il motto principe di ognuno degli “amici” che manderebbero volentieri in pasto ad una pallottola La-cena-delle-belve-03.jpgalla nuca un loro intimo al posto loro. Ognuno ha le sue ragioni per sopravvivere. Da qui si innesca il meccanismo con le modalità da “Parola ai giurati” con dialettiche sperequazioni sui motivi per i quali ogni figura dovrebbe salvarsi, portando l'acqua al proprio mulino, per emergere in una possibile graduatoria tra i meritevoli della morte e gli “innocenti”. Ma nessuno di questi può dirsi innocente fino in fondo, ognuno ha i suoi scheletri nell'armadio, le confessioni da fare. Come i sette nani, con Biancaneve in uniforme nera uncinata, come i “Dieci piccoli indiani” aspettano il passare del tempo ingegnandosi su fughe, stratagemmi, idee più o meno argute o meschine per portare a casa la pelle.

Bellissimi i disegni animati sullo sfondo, unica nota contemporanea nel pesante classicismo, di Cyril Drouin che alleggeriscono, seppur nel dramma, con i suoi segni bianchi e neri stilizzati, in forma giocosa-infantile la tragedia delle deportazioni o dei bombardamenti rendendo il conflitto e la paura, paradossalmente, ancora più vivo e fresco. Si sentono echi di “Il nome del figlio”, nell'originale d'Oltralpe “Le prenom”. Un congegno ad orologeria infilato in una pentola a pressione non può che deflagrare. Ed infatti escono tutte le bassezze, il cinismo dilagante, le cattiverie possibili per infangare gli altri presenti, ridicolizzandoli così da dimostrare la non necessità di stare al mondo e la non utilità di continuare a vivere per alcuni a favore di altri al contrario meritevoli della salvezza. Cominciano a litigare e tirano fuori il peggio purulento: Donadoni-Andrea (debordante ed energico) è un mercante losco che crede di poter comprare tutto con i soldi, anche la vita altrui, Bonomo-Pietro (piccolo ruolo ma ago della bilancia)il cieco crede, con il sacrificio degli occhi, di aver già dato abbastanza alla sua Patria, Marianella Bargilli-Sofia è giovane eLa-Cena-delle-Belve-emanuele-salce-marianella-bargilli-mauriziodonadoni-silvia-siravo-ruben-rigillo-gianluca-ramazzotti-1772x886.jpg sposa di Ruben Rigillo-Vittorio che vende libri antichi, Gianluca Ramazzotti (sua la produzione insieme a Carcano e a Borgio Verezzi) è il Dottore pavido (ha i tempi e le regole della comicità) che può salvare delle vite umane, Salce-Vincenzo è un professore (calma olimpica), la Siravo-Francesca (intensa) è una partigiana della Resistenza vedova del suo compagno passato per le armi proprio dai tedeschi.

E' bandita la solidarietà, tra le gag anche facili, la parola comprensione deve essere cancellata dal vocabolario. La guerra si è spostata lì dentro tra le belle poltrone e le edizioni limitate di rarità editoriali, tra le calze (merce rarissima a quell'epoca) e quell'aria borghese d'evasione. Ognuno vede nell'altro un nemico, i sospetti fioccano e si alimentano. Tutti hanno i loro scheletri nell'armadio inconfessabili: chi va frequentemente al bordello, chi ha violentato la moglie di un amico, chi ha l'amante, chi è omosessuale. Nella lotteria finale, nella roulette russa conclusiva, come in una partita a poker dove tutti bluffano, sono tutti sconfitti, svuotati. Un teatro dalla forma un po' datata per un contenuto senza tempo: “La festa è finita, gli amici se ne vanno”. Amici o “Perfetti sconosciuti”?

Tommaso Chimenti 02/03/2019

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