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Il confine e il colore della depressione: “La carta da parati gialla” al Teatro Studio Uno

Dove si situa il confine tra ciò che è sano e ciò che non lo è? Chi o cosa stabilisce che la sofferenza psichica - condizione che per sua stessa natura è invisibile e impercettibile da altri - non sia da considerarsi malattia tanto quanto quella somatica? Ancora oggi la depressione, tra i disagi più diffusi della società contemporanea, è difficilmente riconosciuta come problema medico e soffre di una sua quasi totale negazione, spesso anche da parte di coloro che la vivono in prima persona. Ne risulta una sua espressione per lo più solitaria e nascosta all’altro, poiché poco comprensibile.
Di questo nodo generale e molto altro è intriso il breve spettacolo “La carta da parati gialla” andato in scena al Teatro Studio Uno di Roma. Diretta da Paolo Biribò e Marco Toloni, la pièce è tratta dal romanzo del 1892 “The Yellow Wall Paper” della statunitense Charlotte Perkins Gilman.cartaparati
Nato proprio dall’esperienza di depressione post-partum vissuta dalla scrittrice, il testo è un vero e proprio diario dentro la psicosi, le ossessioni e il rapporto matrimoniale in crisi della donna che, in seguito alla nascita del figlio, viene allontanata dalla città e dalla sua professione di scrittrice dal suo stesso marito nonché medico.
In scena la sola Elena Balestri. Una presenza fortemente connessa con il piccolo spazio circostante. Tutto è essenziale e misurato in questo racconto dentro la follia: un quadrato scuro riempito solo da un grande cassone di ferro, anch’esso nero, sul quale la donna vive e gioca tutta la complessità dei suoi momenti, i desideri, le ossessioni e le paure. Umori molteplici che si snodano a partire dal "diversivo" della carta da parati color giallo, ossessionante e ossessiva, di cui lo spettatore riesce fin dai primi minuti a visualizzare ogni sfumatura, piega o disegno. Elena Balestri è abile a trasportare il suo pubblico dentro la sua minuscola stanza: l’unico spazio vitale che la protagonista vive nei suoi mesi di stato "depressorio".
Ecco che il romanzo della Gilman diviene per l’interprete il pretesto per raccontare molto di più dell’incidentale esperienza di alcuni mesi. La voce e il grido che ne emerge è un invito all’attenzione verso l’oppressione subita dalla figura femminile e non solo al tempo della Gilman. In un circolo ininterrotto che attraversa gli stati di depressione, di repressione e poi di rabbia estrema e incontra sovente la presenza aggressiva e soffocante del marito, si snoda il profondo disagio di una donna. E, sebbene questa abbia dentro di sé la forza per combattere la realtà opprimente di quelle mura domestiche, ne riesce fatalmente a uscire solo in quanto artefice della propria disfatta, incontrando forse l’unica via d’uscita per lei realmente possibile.

Gertrude Cestiè 18/01/2017

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