Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Scaparro e “La bottega del Caffè”: "Siamo tutti uomini, tutti soggetti ad errare"?

"Per ben giudicare bisognerebbe leggere da cima a fondo la commedia, poiché ci sono in essa tanti caratteri quanti personaggi. Quelli che vi fanno maggior figura sono due giovani sposi: il marito è sregolato, e la moglie, all'opposto, è sottomessa e virtuosa. Il padrone della bottega del caffè, uomo di garbo, servizievole e officioso, si prende a cuore questa coppia sfortunata, e arriva a corregger l'uno, rendendo l'altra felice e contenta.
Vi è poi un maldicente ciarlone, soggetto veramente comico e originale: uno dei ben noti flagelli dell'umanità. Inquieta tutti, dà noia ai clienti del caffè, luogo della scena, e molesta, più d'ogni alto, i due amici del caffettiere".
(C.Goldoni, “Memorie”, a cura di E. Levi, Torino, Einaudi, 1967, Parte II, cap. VII, p. 272)

Riportare questo stralcio tratto dai “Memories” di Goldoni, permette di introdurre l'opera del commediografo veneziano con cui il regista Maurizio Scaparro sceglie di misurarsi. Sul palcoscenico del teatro Niccolini di Firenze va in scena “La bottega del caffè”, commedia in tre atti rappresentata per la prima volta a Mantova nel 1750.bottegadelceffe2
Scaparro continua così la sua ricerca sul borghese riformatore del teatro dopo “Una delle ultime sere di Carnevale” di cui firma la regia nel 1989, “Il teatro comico” nel 1994 e, nel 2005, i “Mémoires (Frammenti di vita teatrale tratti dai Mémoires, le opere e le lettere di Carlo Goldoni)”. E oggi, oltre due secoli dopo la sua morte, le opere dell'avvocato-commediografo, continuano non solo ad essere rappresentate, ma a ricevere grande consenso da parte di un pubblico lontanissimo da quello settecentesco. Perché questo accade? Ancora una volta ci servirà ricorrere alle parole del saggio Goldoni per afferrare – più che comprendere - un fenomeno che noi figli della tecnologia e del digitale non vedremo potrà ripetersi, protagonisti di un tempo che fugge rendono futile e non-duratura ogni cosa: "i miei caratteri sono umani, sono verisimili, e forse veri, ma io li traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno in essi si riconosca". Un'indicazione dall'autore a chi legge tratta – non a caso - proprio dalla commedia ora ri-proposta con Pino Micol e Vittorio Viviani.
Gli abiti sono restituiti nella moda del tempo, senza moderne riletture; dame stette in corpetti e andrienne, galantuomini – o presunti tali- in marsine, sottovesti e calzoni. Maschere e tricorni veneziani poi, permettono di collocare anche visivamente la commedia nella laguna. La scena è fissa, proprio come l'aveva immaginata Goldoni in quel "quadrivio della città di Venezia". C'è una bisca separata, da una strada, dalla bottega del caffè; da una parte il negozio di un barbiere (di cui si vede solo la porta esterna), sopra la casetta di una ballerina e, proprio di fronte, una locanda dove alloggiano pellegrini e viaggiatori. Lo spettatore, insomma, si trova davanti a una piccola scenae frons (seppur con reinterpretazione di regia e hospitalia) con tre “porte”, anzi meglio tre “aperture”: la casa del gioco, immagine del pericolo, del divertimento «socievolissimo» e di galanti riunioni, la via che permette ai personaggi di andare e tornare per sbrogliare gli intrecci e, infine, la bottega luogo in cui si cerca di ristabilire l'ordine e l'equilibrio delle cose attraverso il buonsenso.
bottegadelcaffe3La commedia che Goldoni scelse di scrivere in lingua italiana (anziché in veneziano), ha delle caratteristiche che la rendono del tutto originale rispetto alle altre sempre da lui elaborate: innanzitutto il titolo, in cui non si presenta né un carattere né la storia ma una semplice bottega, quella in cui in cui si svolgono le azioni. Senza considerare poi il fatto che non si tratta di un'unica vicenda al centro del quale si muove un solo protagonista, ma di tante esperienze, di un'insieme collettivo, corale.
In quanto a temi, occorre soffermarsi un attimo sul gioco d'azzardo; nel secolo delle raffinatezze questo “pericoloso passatempo” diventava, al tempo stesso, tanto un diletto quanto una minaccia per la gioventù sprovveduta che puntava e perdeva tutto il denaro che possedeva. È al personaggio di Eugenio, ingenuo mercante, che vengono affidate certe caratteristiche. Pietro Masotti veste i panni dell'uomo che non riesce a controllare né se stesso né le situazioni in cui è coinvolto, trascurando la povera moglie Vittoria. Ad aiutarlo nel trovare soluzione o anche semplice rimedio alle sventure in cui – spessobottegadelcaffe4 volutamente – il giovane va a cacciarsi, c'è il generoso e equilibrato Ridolfo, il caffettiere interpretato da Vittorio Viviani. Alla sua bottega se ne sta il misantropo Don Marzio, un aristocratico fannullone che passa le giornate a ficcare il naso nei fatti di tutti; ostinato e cocciuto, crede di fare del bene e d'essere "di buon cuore" ma non fa altro che parlare male di tutti con tutti senza gradire alcun tipo di contraddizione ("Come! A me volete insegnare cos'è il tabacco? [...] So quel che è questo, so quel che è quello. Rapè, rapè, vuol essere rapè"). Pino Micol è davvero abile nel restituire la parte del curioso chiacchierone ("oh io non parlo, fo volentieri servizio a tutti, e non me ne vanto"), il vero protagonista tra i protagonisti. Egli origlia, deduce, crea e ricrea storie come un abile romanziere-narratore. Si giunge al momento in cui tutti finalmente scoprono la sua vera natura solo quando scoppia lo scandalo del baro, consegnato dal “gentiluomo napolitano” nelle mani della giustizia. Nonostante le accuse di essere "un indegno, spione, impostore, una canaglia e gran lingua cattiva" che arrivano, indistintamente, da parte della società, continua a non credere d'aver sbagliato. Si sente, piuttosto, smarrito, confuso, vittima della sua stessa ossessione: "ah si, hanno ragione; la mia lingua, o presto o tardi, mi doveva condurre a qualche gran precipizio. Ella mi ha acquistata l'infamia. Ho perso il credito e non lo riacquisto mai più".
Un lieto fine d'obbligo. Goldoni per quanto innovatore, non poteva svincolarsi da una morale, dal bisogno di restituire comunque un ideale etico attraverso il suo contrario. In maniera garbata, cortese ma soprattutto semplice ecco svelato forse il motivo per cui, ancora oggi, abbiamo bisogno di storie che vadano necessariamente in un'unica direzione. Quella in cui i malvagi sono puniti e i giusti premiati.

Laura Sciortino 20/1/2017

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM