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Poker a Kilowatt '20: Quotidiana, Mazzarelli, Perinelli, Borgia

SANSEPOLCRO – Guardi il cartellone del festival di Sansepolcro e rimuovi il pensiero sul Covid e su tutti i danni che, a cascata, sta procurando (e la valanga che nei prossimi mesi porterà nuovi scompensi) al settore dello spettacolo. Un calendario fitto, pieno, denso, corposo, una settimana d'immersione tra le pietre antiche del comune di Piero della Francesca, che quest'anno compie i 500 anni dalla fondazione, e l'innovazione delle performance che, fin dal suo debutto-scommessa (ampiamente vinta), diciotto anni fa, Lucia Franchi e Luca Ricci, i due direttori artistici, scelgono, portano, accompagnano, supportano con un lavoro costante che ha la sua esplosione nell'ultima settimana di luglio ma che anche durante l'anno illumina di cultura la Valtiberina. Innovazione e Tradizione i due capisaldi sui quali ondeggia la rassegna dove è facile scovare le novità che saranno, le tendenze che si faranno, i gruppi alle prime armi in mezzo a consolidati fenomeni. Padrino omaggiato del festival un'icona del nostro teatro contemporaneo: Roberto Latini. A lui è stata dedicata una mostra, un convegno, un premio, le letture dei testi dei suoi allievi di un corso di drammaturgia internazionale, riprese di spettacoli storici; un successo. Piece fino a notte fonda tra chiostri e angoli ritrovati, riscoperti, fresche mura secolari dentro le quali cullarsi, nascondersi, sognare. “Viaggio al termine della notte” è l'insegna di quest'annata bislacca e bisestile, la notte c'è stata, c'è, dal sapore koltesiano, ma noi ci passiamo dentro, attraverso, non vogliamo averne paura e rimanerne esclusi, autoemarginati, lontani, un viaggio che non è di piacere ma è di conoscenza e scoperta, dantesco potremmo dire, fuori e dentro noi stessi, le nostre radici, le nostre comunità di riferimento, i territori, con consapevolezza e presa di coscienza. La notte dobbiamo illuminarla, con le torce della ragione. Nella nostra analisi ci soffermeremo su quattro interessanti proposte che, per ragioni diverse, ci hanno solleticato,Quotidiana.com-foto-di-Antonio-Ficai-5-2.jpg incuriosito, attirato, avvinto.

L'analisi della realtà, dei suoi conflitti e delle sue crepe sono i nodi sui quali lavorano da sempre i Quotidiana.com, duo riminese che sfalda la banalità, s'intrufola nei nostri tempi bui e grigi, tenta di dar luce (a volte fuoco) alle pochezze e piccolezze del nostro immaginario collettivo. Ci svelano, ci scompigliano, ci scuotono. La loro poetica è intrisa di cinismo e sarcasmo, di freddezza come di fine intelligenza. Questo “Tabù” ha per sottotitolo la frase più bella di tutta la drammaturgia: “Ho fatto colazione con il latte alle ginocchia” che ricorda la noia, espressa anche dalla loro (non) recitazione neutrale-candida senza accenti che spiazza, ma anche il sesso dal quale parte tutta la loro riflessione che diviene elenco dei non detti della nostra società che si ritiene così evoluta ma che, constatando soprattutto gli ultimi tempi, sta facendo grossi passi indietro in termini di tolleranza, accettazione, integrazione, libertà di pensiero. Sempre uno davanti all'altro, sempre graffianti, i silenzi così debordanti, quel sottovoce che quasi imbarazza. Il format è il loro marchio di fabbrica, il registro è riconoscibile, le risate, come le frasi ad effetto cariche di ironia sprezzante e di veleno, si sono ridotte, come asciugate. La narrazione è ancora acida, urticante nell'esporre il ventaglio di temi o termini dei quali è meglio oggi non parlare: la menopausa, la depressione, il suicidio, il fine vita. Esprimono meno potenza entusiasmante, sparano meno botti ma la disperazione di sottofondo è ancora lì a farci bestemmiare sottovoce. Sono grilli parlanti per una danza immobile, una placidità che le-baccanti2.jpgnon si fa morbidezza, parole incastonate low profile, rispetto al passato meno flash, meno gong, meno bang. La pistola però è ancora fumante.

Le Baccanti” doveva essere un ensemble a più voci e più corpi, che la pandemia ha tagliato, distrutto, ridotto. Ma Simone Perinelli e Isabella Rotolo, il gruppo laziale leviedelfool, non si sono arresi né fatti intimorire proponendo un solo del funambolo-performer Perinelli. Purtroppo queste “Baccanti” hanno avuto un sapore leggermente didascalico e hanno risentito, pur nell'accuratezza, come sempre, di suoni e luci e scene, di rimandi a spettacoli del loro recente passato. Sembrava di veder condensati parti e pezzi di vita scenica vissuta in precedenza: i microfoni laterali e quello che scende centrale, il sound di bassi ritmato che incatena il testo e lo abbraccia abbrancandolo, le maschere giapponesi e il ramo al sapor orientale raffinato. Si sentiva sul palato un mix, un rimando (volontario?), ad “Heretico” come di “Made in China”, ritornava a trovarci “Yorick”. Noi rimaniamo ancora legati sentimentalmente ai vari “Pinocchio” e “Do you want a cracker” come a “Macaron” dove la forza, che diveniva furia, di Perinelli era vero maremoto che squarciava l'abisso e sciacquava gli scogli delle coscienze. Il suo stile, robertolatiniano, è inconfondibile ma stavolta entrare dentro le sue parole, che nel frattempo hanno perso visionarietà e poesia rispetto a come ci aveva abituato, è stato complicato. Seppur meno punk e meno dirompente, continuiamo a riconoscere a Perinelli l'arte del palco, il mestiere dello stare in scena, il talento del padroneggiare le parole e i versi, la costanza tambureggiante, l'inventiva (che a tratti si trasforma in invettiva), il genio che qui, forse, è rimasto imbrigliato nel Mito che a volte esalta e a volte tritura, a volte ti fa Dio, altre ti fa vittima.

Altro attore di razza, Paolo Mazzarelli, si fa carico dell'ambivalenza, prende la responsabilità pirandelliana del doppio, dell'essere e dell'apparire, Soffia Vento 2 1280x731 1300x731condizione sine qua non dell'attore. In un confronto serrato e intimo, ironico a scandagliare i chiaroscuri del mestiere, gli equivoci e gli equilibrismi per non perdere bussola e orientamento, in “Soffiavento” si apre una botola sul grumo che ogni artista deve comprimere e sciogliere, come se una fresca brezza d'aria di una finestra lasciata aperta avesse scombussolato i fogli diligentemente catalogati, controllati e ciclostilati di una vita. Mentre sta recitando il Macbeth si scolla qualcosa dentro e dopo non può essere più lo stesso, qualcosa cambia irreversibilmente e non si può tornare indietro. Le crepe fanno acqua da tutte le parti e Shakespeare lascia il posto ad una seduta psicanalitica, in una orazione accalorata e tossica, una confessione lenitiva e catartica. Come i cocci giapponesi incollati con l'oro. Come le ferite felici che lasciano passare finalmente la luce in fondo al tunnel. Dostoevskiano nel suo cupo personaggio come salottiero, foriero di aneddoti immerso nei personali ricordi di una vita spesa sul palcoscenico. Pippo, il nome del suo personaggio, sente le voci. Ci è venuto in mente Pippo Delbono. “Avere tutto è perdere tutto”, le sue massime stilettano, sfidano, lambiscono, carezzano e schiaffeggiano il teatro nel teatro convincente di questo ruolo che si mangia la persona, nella disperazione che affoga e resuscita. Il perdersi come attore è un ritrovarsi come uomo. Un naufragio che diventa salvifico, una parentesi che lo sveglia dal torpore: “Un artista non ha una vita, un artista è quello che fa”, un turbinio, un sistema che schiaccia. Mazzarelli è efficace e persuasivo, stabile e solido, vero nella finzione.

Il Teatro dei Borgia ci ha abituato a situazioni non convenzionali, ad usare gli spazi in maniera originale, a pensare oltre e altro rispetto al palco, al teatro, alle idee da mettere in circolo. Dopo aver visto il loro D'Annunzio, nella bocca del leone della Fiume croata, la critica-elogio del Meridione nel monologo disorientante “Sud-Orazione”, e quella “Medea” in furgone che strazia pochi spettatori alla volta dentro un van alla ricerca dei luoghi più periferici, asfaltati delle città dove prostituzione e lampioni non sono oggetti di scena, adesso ci ritroviamo dentro un'immaginaria mensa dove un eroe moderno, “Eracle, l'invisibile”, Eracle.jpgci racconta ascesa al Paradiso e discesa agli Inferi nell'impotenza, nel gelo, nel constatare come la nostra società riesca, per paura e scaramanzia, a dar più ascolto alle voci, ai rumors, che alla sostanza, più ai pettegolezzi che all'oggettività. La vita di un professore integerrimo e preparatissimo (ci è balenata alla mente la pellicola “The life of David Gale” con Kevin Spacey, altro accusato, nella vita reale però), amato da colleghi e alunni che viene spazzata via da un'invenzione di una studentessa. Si apre il girone delle maldicenze, quelle che se le neghi le affermi, quelle che se stai zitto le confermi. Non c'è salvezza, non c'è pietà per un uomo mite e buono, impreparato ad affrontare i dardi del destino e le prove del mondo che lo vogliono piegare. Se nella prima parte il citazionismo la fa da padrone in un monotono colore di sottofondo c'è un crack, una virata, prima appena impercettibile che poi diviene deflagrante, come un vetro rotto in miliardi di pezzi infinitesimali senza possibilità di ricompattarsi. Nelle parole di Fabrizio Sinisi, per la regia di Giampiero Borgia, la presenza di Christian Di Domenico, mentre prepara il pane, mentre imbusta acqua e una mela per qualcuno che non riesce più a sostentarsi e a trovare un lavoro, è un groppo in gola nella sua faticosa rincorsa per riprendersi ciò che gli hanno indebitamente tolto con il raggiro, con la furbizia, con la stupidità. E quando un uomo normale entra nel vortice della Giustizia togliersi marchi infamanti dalla pelle è impossibile come cancellare tatuaggi con acqua e sapone. La sua recitazione è un escalation, un diesel che prende corpo e si fa strada a falcate verso il disastro che possiamo solo accogliere. Scende il gelo, cala il panico. Siamo tutti come l'Ercole che abbiamo davanti, un eroe sconfitto che più perde più non si dà per vinto. C'è sempre un briciolo di apertura, di possibilità alla non rassegnazione ma ogni brano, ogni frase è un blocco di cemento, un incudine a pesare ulteriormente sulla bilancia a suo sfavore. E non ci puoi far niente, e l'immedesimazione è possibile e plausibile e nessuno si può sentire al riparo: da vedere per capire dove siamo arrivati, fin dove ci siamo spinti. Ne usciamo umiliati, svuotati e i molti applausi scroscianti non ci tirano su il morale.

Tommaso Chimenti 22/07/2020

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