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Kilowatt 2018, Sacchi di Sabbia, Progetto Demoni, Xavier Bobes: la grandezza del piccolo

SANSEPOLCRO – Da un piccolo passo nascono i grandi viaggi. Da un progetto dal basso come quello dei Visionari, cittadini comuni che selezionano gli spettacoli da inserire nel cartellone di un festival di teatro contemporaneo, il “Festival Kilowatt” di Sansepolcro ne esce ogni anno sempre più rafforzato. Dopo il Premio Ubu speciale di qualche edizione fa, adesso la rassegna di Luca Ricci ha vinto il bando europeo “BeSpectACTive”, assieme ad altri diciannove festival europei che utilizzano il sistema del coinvolgimento da parte della cittadinanza nelle politiche artistiche (2 mln di euro in totale per il quadriennio '18-'22). Ma questo Kilowatt '18 sarà ricordato anche per la minuzia, la fragilità (mai debolezza), la friabilità e dolcezza di alcuni suoi progetti che hanno segnato, positivamente, queste giornate assolate. Spettacoli da piccoli gruppi, luoghi non convenzionali, occhi negli occhi a sentire il respiro dello sconosciuto di fronte a te, l'artista, e degli sconosciuti di fianco a te, gli altri spettatori. Tutto è più intimo, tutto è vicino, inevitabilmente rimane nella memoria, ti tocca, ti smuove, ti sposta, le parole hanno un altro senso e peso, gusto e significato, rimbalzano, fanno rumore, non puoi distrarti, sei FOTO 1 di Davede Maldi.jpgchiamato in causa, non puoi che essere attivo, partecipe, sveglio, membro e componente, in questo spazio spesso angusto e chiuso, della rappresentazione stessa. Ma anche scrutatore invadente che deve misurare il carico e l'affondare sulla suola, il rantolo delle costole, lo sbattere delle palpebre. L'atmosfera generata ha, irreparabilmente, il sapore della poesia, quella della strada, quella della quotidianità che troppe volte diamo per scontata, quella che nasce da un incrocio di sguardi, da un brivido che, senza senso senza spiegazioni lecite e plausibili e razionali, ci sfiora proprio perché la “finzione” del teatro che abbiamo lì davanti è più vero di mille altre situazioni nelle quali, nostro malgrado, impreparati, ci troviamo ad annaspare nella realtà. Ecco la grandezza del piccolo che ha bisogno delle sue liturgie, dei suoi riti, del suo stato di grazia, di quella fiducia e incontro tra chi arriva a prendere e chi è lì per dare.

Entriamo dunque, sparuti (siamo in quattro), un po' spauriti, titubanti, quasi trafugatori di tombe etrusche, travisatori di segreti egizi, traditori di relazioni private, dentro un'abitazione angusta. Già il viaggio ha spessore e densità: camminiamo senza sapere la strada, guidati dai mocassini decisi del nostro accompagnatore che ancora non sappiamo se sarà Caronte o Virgilio. L'attimo teatrale è sospeso, siamo corpi alla ricerca di storie. Ecco la vita che bussa, che si fa strada, che apre porte e portoni, suona citofoni, sale le scale irte. Impauriti e incerti, caracollanti e perfettamente muti, si apre davanti a noi quel “Come va a pezzi il tempo” (Progetto Demoni) che pian piano ci toccherà tutti (portando qualcuno alla commozione), sospensione tra le varie stanze di questa casa minima dove una coppia ha percorso ed esaurito il suo abram e isac 2.jpgsciame di sentimenti e vertigini, passando dall'euforia del “per sempre”, allo stallo dell'ormai, alla noia del purtroppo, alla rovina insopportabile della presenza dell'altro. Come ospiti indesiderati che ascoltano, a metà tra il sogno e la rievocazione, vediamo gli spiriti che s'affacciano, le presenze che si fanno carne ed ossa dei due un tempo innamorati e adesso haters violenti l'un l'altro. “Questa è la mia casa e questi sono i miei ricordi”, ci dice lei (l'espressiva, invitante e suadente Alessandra Crocco, che adesso fulmina, ora liscia); siamo nel suo spazio, a morsicare il suo tempo che fa riemergere con l'ago e filo della memoria, con l'amo da pesca sul fondale dei sedimenti della vita. Per impostazione e costruzione ci hanno ricordato gli appassionanti Cuocolo/Bosetti. L'insoddisfazione e la frustrazione la puoi sentire sulla pelle, fa quasi male, punge come vespa. E siamo ancor più voyeur quando da una stanza vediamo frammenti di corpi e sentiamo parole, ma senza vederne le espressioni facciali, muoversi e agitarsi nel vano accanto attraverso un'apertura. Il mistero è spesso, pesante. Da una parte le ambizioni fallite, i sogni azzoppati, questa claustrofobia che tutto azzera e soffoca: “Quello che mi piace di più di questa casa è quello che c'è fuori”, sta tutto qui. Tutto si rimpicciolisce, tipo Gulliver o come in Alice, si rimpiccolisce il futuro, il domani, le prospettive, l'amore, il rispetto per l'altro e per se stesso. La depressione è caustica, la sconfitta ha vinto, la solitudine ci accompagna, la disperazione esulta: è un finale di partita dove ogni mossa è impossibile e insostenibile, dove nessuno può più vincere.

Altra stanza, per lo più buia, ma senza il chiuso opprimente della fine ma con il respiro, profondo, giocoso, infantile, della conoscenza, delguerrieri_lettura-large.jpg puro play dove tutto si trasforma nelle mani, prende corpo e vita. Signori, si entra nel magico mondo dei Sacchi di Sabbia, con questa mostra-performance che dal buio s'anima e riluce. “Ssshhh...” è il titolo, perché ci vuole silenzio, quello a bocca aperta e orecchie tese per cogliere le sfumature, tutto il non-detto in questo universo che nasce, letteralmente, dai libri pop che aprendosi liberano figure di cartone che s'innalzano verso la luce per poi ricadere, schiacciate nuovamente, sotto il peso della carta, delle pagine, dell'inchiostro, della fantasia. Sono libri da sfogliare a ventaglio, pezzi di loro spettacoli, frammenti che si attivano con piccoli gesti di dita che sembrano quelle di pianiste. Sbocciano i disegni, escono come girasoli in questo artigianato evocativo di ritaglio e colla, in questo piccolo mondo antico che ci riporta alle botteghe, ai vecchi saperi, alle mani. Una sorpresa continua: cosa fiorirà dal prossimo libro?

xavi bobes.jpgAltro giro, altra casa, altri pertugi, altre porte e destinazioni. E' il piccolo che fa la differenza, è quel che credi sia superfluo, insignificante, quello che sfugge come sabbia dalle mani che dà lo spessore alle esperienze. E' il messaggio, e il segreto, dell'emozionante “Cosas que se olvidan facilmente”, cose che si dimenticano facilmente, del catalano Xavier Bobés, dolce e sincero, aperto e accogliente come la sua opera. Siamo in cinque, attaccati ad un lavoro, una luce sopra da scrivania che illumina questo mondo di almanacchi e cartoline e fotografie. Il suo teatro d'oggetti, attorno a vecchi dischi e quel bianco e nero di volti e occhi che ormai ci hanno lasciato, ha il sapore della polvere, dei rigattieri, dello scartabellare tra gli scaffali cercando una cosa e trovandone altre mille. Ci sono storie in questi sguardi giovani un tempo che non sono più tra noi, cose che troppo spesso dimentichiamo, da dove veniamo, che siamo carne della carne di qualcun altro, inaridendoci pensando soltanto al presente. Un lavoro, anche con doti di prestidigitazione e da mago, ci vuole una grande dose di velocità d'esecuzione (lo ha messo in scena 800 volte in tre anni, liste d'attesa chilometriche, dura più di un'ora ma occorre molto più tempo per rimettere tutto nell'ordine giusto) sulla memoria, anche nostalgico, tenue, tenero, di tutto quel sedimentarsi che diventano anni e stagioni e rughe nel cammino della vita. “Cosas” parla di tutto quello che tralasciamo perché non ritenuto importante, di ciò che diamo per scontato, di tutti quei momenti che erano presente e che poi sono finiti nel dimenticatoio di un cassetto, di un sottoscala, ad ingiallire, a perdere consistenza. La memoria va allenata, alimentata, niente è da buttare, il tempo è soltanto una convenzione, dentro di noi non scorrono le lancette tiranniche ma le emozioni, gli attimi, i battiti. Un'altra dimensione.

Tommaso Chimenti 23/07/2018

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