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“Jukebox” e le partiture del quotidiano, per una drammaturgia condivisa con il pubblico

«Abbiamo 45 minuti di tempo»: così ci accoglie l’unica voce sul palco. È Monica Demuru che parla e lo farà instancabilmente per il resto dello spettacolo. Una sola interprete per “Jukebox”, l'edizione romana dello spettacolo andato in scena al Teatro India, è un progetto tutto da scoprire e smontare in collaborazione, pensato per mettere insieme tante voci e consegnarle agli spettatori della serata. 
Tutti provvisti di una “Lista documenti”, che ricorda il menù di un ristorante, siamo pronti a guidare il racconto di Monica: la messa in scena è affidata, oltre che alla regia di Joris Lacoste, anche allo spettatore per una scelta delle 40 registrazioni a disposizione in elenco che eseguirà l’interprete.
Ma dove nasce questa collezione di parole? Il progetto artistico appartiene all’Encyclopédie de la Parole per costruire un viaggio nella cultura della lingua parlata che prosegue da anni.foto 2
Jukebox ha attraversato tre città italiane - Roma, Prato e Cagliari - raccogliendone la parte maggiormente personale ed umana: la parola.
Se Aristotele nel IV secolo descriveva l’uomo come un animale sociale allora è necessario reperire, scandagliare e analizzare la comunicazione alla base di questa ipotetica socialità. Cosa ci rende così simili o così diversi, perché le percezioni colloquiali mutano a seconda del luogo?
Ognuno dal proprio posto, stuzzicato dal titolo o dalla breve descrizione, seleziona la sua sequenza giunta dai discorsi figli di tutti i giorni - parole che attraversano mezzi pubblici, uffici, scuole, internet e altri luoghi di aggregazione. 
Arrivano sul palco le voci di sottofondo, quelle quotidiane, quelle stravaganti e spesso quelle voci urlate. Jukebox indaga ed esplora come l’uomo si rappresenta, come parla di sé o si rapporta con l’altro per una drammaturgia che disegna esattamente ciò che siamo.
Monica Demuru è il porteur perfetto di questa danza continua: energica e vivace riesce a creare un filo conduttore con il pubblico che, in pochissimo tempo, abbandona la timidezza e si getta senza sosta nella richiesta dei pezzi.
La sua funzione di jukebox umano si compie all’ennesima potenza, Demuru è la padronanza dei dialetti che interpreta, la libertà di movimento in scena e la capacità di poter proiettare con la sua performance l’esatta storia che narra. Ci dimentichiamo di lei come sola voce per lasciare spazio ai personaggi, protagonisti del materiale raccolto, e alle loro peculiarità contestuali, linguistiche, culturali e geografiche.
Un esperimento continuamente rigenerato: si ricrea ad ogni performance e muta a seconda della percezione di chi lo richiede o lo ascolta, per le medesime caratteristiche o condizionamenti di chi ha pronunciato le parole in origine.
Un messaggio che si costruisce diversamente anche e rispetto al mezzo o agli interlocutori coinvolti: un’ulteriore ricerca di Lacoste e Demuru tradotta attraverso una partitura consapevole che sottolinea e valorizza le differenti peculiarità espressive.
La selezione, la scelta e la partecipazione del pubblico riescono a ricreare una piccola comunità attiva, curiosa di sapere quale sarà il pezzo successivo o quale sceglierà lo spettatore accanto. Un’ironica rappresentazione, compenetrata con la realtà dei messaggi raccolti, ci rende al termine dello spettacolo ancora curiosi di sapere nuovi racconti, di ascoltare altri dialetti e scoprire spunti di comunicazione vicini e lontani da noi. Usciamo da Jukebox avendo ancora voglia di esplorare le infinite partiture del quotidiano che in profondo conservano le nostre identità, perché direttamente prodotte da noi.

Arianna Sacchinelli 
04-03-2020

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