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“Ivanov”: al Teatro Eliseo la forte attualità del dramma di Cechov, in cui il malessere di un uomo diventa specchio della società

In una stanza, un tavolo, delle sedie e Ivanov che ,seduto, legge un libro. Burkin gli si avvicina in punta di piedi, per scherzo lo raggiunge e gli punta in faccia il fucile: così si apre “Ivanov”, il celebre dramma di Céchov, in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 15 novembre, con l’adattamento e la regia di Filippo Dini.
Questo sparo fittizio sulla scena sembra presagire già dai primi minuti quello che sarà il destino del protagonista, vittima della decadenza morale, della paralisi mentale, della noia e del “rammollimento cerebrale”.
Ivanov è incapace di gestire i rapporti sociali e sentimentali, e’ afflitto dalla depressione, dal malessere dell’anima, semplicemente dal peggiore dei mali, la noia, che lo corrode, lo svilisce, lo annienta fino a farlo diventare esso stesso immagine e corpo del male, pronto a travolgere e a contaminare chiunque e qualunque cosa venga a contatto con lui, dallo zio il Conte Sabelskij, alla moglie Anna Petrovna, fino alla famiglia Lebedev.
Ivanov viene presentato sulla scena come un moderno Amleto, preda dei suoi dubbi, incapace di scegliere, eppure capace di determinare terribili conseguenze con ogni sua decisione. Incurante della malattia della moglie, esce di casa lasciandola sola con il dottore, e si reca alla festa a casa dei Lebedev, coi i quali ha innumerevoli debiti.
Li, nell’elegante salotto, tra pettegolezzi, affari, intrighi, inizia a prendere corpo il dramma.
Sasa Lebedev si innamora del male di Ivanov e crede, con questo amore attivo, di poterlo salvare, di curarlo, incurante dei rischi e dei pericoli, mentre il Conte Sabelskij decide di sposare per convenienza Marfa. Nel corso dello spettacolo infatti emergono due aspetti fondamentali, l’etica materialista, esaltata da Borkin, e quella della morale e dell’onesta, sostenuta e ribadita dal Dottor L’vov. Ivanov viene così a trovarsi tra questi due poli opposti, tra il desiderio di non voler aggravare la sofferenza della moglie malata, che ormai non ama più, e quello di salvaguardare la sua situazione economica. Questa tensione lo snerva, lo uccide mentalmente e decide di aggrapparsi all’unico bagliore che gli appare nell’oscurità della sua esistenza: l’amore ingenuo e sincero di Sasa.
La povera Anna, sposata forse solo per interesse, si ritrova a trascorrere gli ultimi giorni della sua vita sola, tradita, consapevole che solo i fiori rinascono ogni primavera, ma la gioia no. Il suo amore sincero per Ivanov però non si è mai spento ed esplode nella drammatica scena in cui la donna muore tra le braccia del marito dopo un concitato dialogo, mentre sul palcoscenico avanzano Sasa e Marfa in abito da sposa, pronte per le loro rispettive e imminenti nozze.
Il contrasto forte tra il dolore della morte e la gioia delle nozze sembra essere un altro elemento che sottolinea la sofferenza sottesa ai futuri matrimoni. Così se il vecchio Conte deciderà di non sposare più Marfa, i genitori della giovane sposa, unica coppia quasi comica dell’intera drammaturgia, si chiedono quanto sia sincero il sentimento di Ivanov.
Questi dubbi conducono all’acme finale in cui Sasa, sebbene lacerata dal malessere dell’uomo che ama, decide di portare a termine la sua azione salvifica nei confronti di Ivanov, che tuttavia non può accettare il suo sacrificio.
Non gli resta che abbandonare la vita, correre da una parte e sparare quel colpo che per scherzo era stato mimato da Burkin all’inizio. Le reazioni, i gesti, la disperazione, lo stupore dei personaggi, per quanto accaduto, vanno a comporre una delle più belle scene corali della rappresentazione.
La mimica e il movimento dei protagonisti vengono rappresentate come fosse la sequenza in ralenti di un film muto, trasmettendo tutto il dolore e la sofferenza attraverso gli sguardi, le espressioni e le azioni, fino a comporre un quadro di morte che chiude la pièce.
Il regista riporta sulla scena Céchov, il suo mondo, la sua Russia, i suoi luoghi, i suoi tempi, restandogli molto fedele proprio perché la storia di Ivanov e’ di bruciante contemporaneità e attualità, immagine di un umanità sull’orlo del baratro e di una società in crisi.
Quattro atti e quasi tre ore di spettacolo che affascinano e catturano, grazie anche alla scenografie maestose di Laura Benzi e all’immensa bravura degli interpreti che riescono a rendere la complessità dei personaggi e l’immagine del male, della malinconia e della noia che attanagliano l’intero dramma.

IVANOV
Di Anton Cechov
Con Filippo Dini, Sara Bertelà, Nicola Pannelli, Gianluca Gobbi, Orietta Notari, Valeria Angelozzi, Ivan Zerbinati, Ilaria Falini, Fulvio Pepe.
Assistente alla regia: Carlo Orlando
Scene e costumi: Laura Benzi
Musiche: Arturo Annecchino
Regia di Filippo Dini
In scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 15 Novembre 2015

Maresa Palmacci 08/11/2015

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