Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Se "Itaca" è "per sempre" Ulisse si sente un prigioniero

MILANO – Chi corre e chi tesse, chi va e chi resta, chi viaggia e chi sta, chi esiste e chi resiste. Si possono riassumere così i due caratteri compresi e contesi nell'Odissea, da una parte Ulisse, guerriero e navigatore, dall'altra Penelope, regina nella reggia di Itaca ad aspettare il suo ritorno. Scheggia impazzita e porto sicuro. Ma questo “Itaca per sempre”, tratto dal volume di Luigi Malerba (prod. Trentospettacoli) mette in campo (è proprio un terreno di guerriglia quello che ci si para davanti) lo scontro tra i due generi, il maschile, l'androgino, il testosteronico, e il femminino, l'accogliente placenta, la donna, madre e moglie e amante. Una visione certamente valida fino a qualche decennio fa, l'avventuriero e la stanzialità, il coraggio dell'andare in terre sconosciute e la sedentarietà familiare. E' in questo binomio disarmonico che si muovono i due contendenti e avversari sulla scena che sono e rimangono in lotta aperta dietro il loroitaca_manuelagiusto6-e1554189700573.jpg velo-scrigno formale di accettazione dell'altrui pensiero: Ulisse arriva da Marte mentre Penelope da Venere e i due mondi cozzano e non possono allinearsi se non per brevi momenti. La Pace come parentesi alla Battaglia perenne tra i sessi.

Ulisse (Woody Neri dalla recitazione muscolare, dall'impatto deciso e diretto), tatuato come Braccio di Ferro, a metà tra Uomo Vitruviano e Ibrahimovic, come un marinaio delle poesie di Coleridge, segnato come un pugile da strada, come i cacciatori descritti da Jack London, con venature alla “Cuore di tenebra”, fasciato da un giubbotto di pelle alla Matrix, Penelope (Maura Pettorruso, leggermente schiacciata dalla fisicità prorompente di Neri), nella sua tunica da vestale, fanno le scintille 53781548_2061823927188210_7495665409895432192_o_2061823923854877-1030x677.jpgattorno, intorno, facendo lo slalom a nove teche (scena positiva e accattivante di Luca Brinchi e Daniele Spanò), acquari nei quali abbeverarsi, infilarci le mani come fosse un parto, bere come ad una fonte, mimare annegamenti, viaggi. L'uno contemporaneo, l'altra antica e classica: due universi lontani che non si incontreranno mai. All'interno di queste scatole di vetro aperte, senza pesci senza vita, sul fondo oggetti iconici: una barchetta, scarpe, una gabbia, bottiglie, collane, cose sommerse, incastonate sotto l'acqua in attesa di riemergere, di tornare alla luce, di essere riesumate con il loro carico potente di storie. Dagli oggetti, infatti, se premuti sul fondale con forza, escono bolle d'ossigeno, aria intrappolata, respiro contratto, vita pronta a tornare in superficie e tenuta relegata e affossata per troppo tempo, fuoco sotto la cenere in versione liquida. Forse ci si poteva concentrare maggiormente, nel buio cupo della scena, sulle luci, sui riflessi e sui riverberi che qualche faretto avrebbe potuto dare, in termini di atmosfere e chiaroscuri, se posizionati sotto e lateralmente rispetto ai box ricolmi di acqua.

Qui, per la regia frizzante e funzionale di Andrea Baracco, il ritorno di Ulisse non appare affatto come una festa, come il coronamento di un abbraccio spezzato troppo tempo prima, anzi. Pare proprio che tra i due si riaprano vecchie ferite messe in disparte dalla lontananza che cura i problemi e fa ricordare soltanto gli aspetti positivi senza considerare i dubbi della quotidianità. L'incontro tra i due qui non è incanto ma è riemersione di tutte le problematiche (della coppia e della frizione tra i generi) e Ulisse, appena tornato, ha soltanto voglia di tornare ad essere se stesso e tornare a fare quello che più gli è riuscito meglio: non fuggire ma cercarsi, attraverso la spada, altre54070283_2061823250521611_4259502801849155584_o_2061823243854945-1030x719.jpg terre, nuovi incontri. Ad Itaca, forse, non è mai stato felice, chiuso e rinchiuso all'interno di quelle quattro mura spesse a guardare il mare, là dove le cose accadevano o potevano avverarsi. Il rientro alla vita familiare il Condottiero lo vede, lo sente, lo percepisce, lo subisce come un fallimento, come una sconfitta: è andato, ha visto, ha fatto, si è messo in gioco. E per cosa poi? Per tornare al punto di partenza, in questo gioco dell'oca che lo ha comunque visto perdente. Grazie Itaca-per-Sempre (1).jpgal viaggio, ai suoi venti anni pericolosi tra marosi e tempeste d'ogni sorta, si è trovato, ha capito finalmente chi egli sia e che cosa realmente voglia intimamente e adesso, quando tutto sembra concluso, si sente un leone in gabbia. Ulisse ha perso la sua libertà di essere umano, quel pungolo esistenziale necessario e quando soffoca, annega e uccide la piccola nave in legno, come un bambino giocando in vasca, tenendola stretta, in pugno; lì uccide se stesso, si suicida, si rende infelice e il liquido degli acquari diventa lacrime non di gioia per il ritorno tanto atteso ed agognato ma di rimpianto e sofferenza. Il “per sempre” del titolo, infatti, sa molto di prigionia, di condanna, di fine pena mai.

Tommaso Chimenti

Foto: Manuela Giusto

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

Digital COM