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Al Teatro Argot di Roma "Itaca per sempre": il doloroso ritorno di Ulisse

ufficio stampa

"Itaca per sempre" è il titolo dell’ultimo spettacolo di Andrea Baracco, tratto dall’omonimo libro di Luigi Malerba (pubblicato nel 1997 per Mondadori), in scena in quel piccolo gioiello che è il Teatro Argot di Roma dal 12 al 17 marzo. "Itaca per sempre" è la storia moderna del ritorno di Ulisse (Woody Neri) dalla sua Penelope (Maura Pettorruso).

Sono passati vent’anni dalla partenza per Troia: la distanza non ha consumato solo i corpi, ma anche i sentimenti, le passioni che sembrava non si sarebbero esaurite mai. Ulisse ha vagato per mare per dieci lunghi anni, che non si possono cancellare. Si trova davanti ad una terra che dovrebbe essere Itaca, ma che dopo vent’anni non lo è più, e lui è di nuovo naufrago. La sua casa non è più Itaca, la sua compagna non è più Penelope. Ulisse riconosce se stesso solo quando è in mare: il mare è la sua casa, la sua amante.
L’Ulisse in scena vive una crisi che l’Ulisse omerico non ha vissuto e mai avrebbe potuto: le parole dette e pensate sono distanti, i bisogni sono bassi e meschini, i sentimento complessi, i doveri difficili da assolvere. I valori arcaici del kleos sono ormai lontani, il Novecento ha spazzato via i dogmi e le dottrine, lasciando l’uomo solo, indifeso: Ulisse è impaurito, rigido, invidioso, debole, inetto, possessivo, moderno appunto.
È un personaggio uscito dalla penna di Svevo, che come Zeno mente a se stesso, mente agli altri, che ha bisogno di conferme, ha bisogno dell’amore anche di chi non ama. All’idea che il suo cane sia morto per l’emozione di vederlo, il cuore di Ulisse si riempie di un orgoglio piccolo e meschino. Vestito da vagabondo, prima dell’inganno ordito contro i Proci, è offeso per non essere stato riconosciuto dalla sua Penelope; lieto, in un primo momento nel vederla ancora bella, si rabbuia presto al pensiero di non trovarla deperita e consumata dalla sua lontananza. Confesso che avrei preferito trovarla meno bella.
Dopo vent’anni anche Penelope non è più la stessa: la domiseda e lanigera moglie ha vissuto da sola, ha imparato a difendersi, ha comprato oggetti da sé, senza aspettare che le fossero regalati, ma è vendicativa e teme di essere abbandonata di nuovo. Per Penelope Ulisse non è un eroe, ma uno spargitore di sangue, e l’eroismo la mera esaltazione della violenza. Davanti al sangue dei Proci sulle pareti, sul pavimento, sul cibo Penelope è disgustata, sconvolta. Ulisse prima impaurito, è poi eccitato, delirante: la musica si fa alta, le vele si gonfiano, lui è vivo, di nuovo, per un attimo, l’acqua ricopre tutti, come sangue, bagna gli spettatori e il corpo di Ulisse. Come durante una tempesta l’acqua del mare e della pioggia riempie la nave e allaga tutto indiscriminatamente, così agisce la forza cieca della violenza. È come se i due personaggi si fossero separati nell’VIII secolo a.C. e si ritrovassero oggi, con nuovi bisogni e nuovi dubbi.
Ulisse e Penelope hanno bisogno di ripetersi continuamente che si amano, ti amo, amore mio, ti amo, e se lo ripetono come gli amanti che davanti alla fine di una storia cercano di convincere se stessi della forza di quel sentimento. Alle luci del mattino, dopo una notte d’amore con Penelope, Ulisse si alza, a cercare la sua amante: desidera l’acqua del mare, immagina che l’acqua gli accarezzi il viso, vuole portare il suo sapore salato alla bocca. Inetto, impaurito, accetta l’infelicità: non potrei mai partire, mente, vorrebbe farlo. Ti amo, Penelope, mente di nuovo.

Laura Caccavale 16/03/2019

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