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"L’indifferenza": non si può uccidere il passato

Le nostre esistenze sono come un quadro, un dipinto, un’opera d’arte che all’apparenza ha un’unica interpretazione, un solo significato, visibile a primo impatto, ma guardandola attentamente, da vicino o da altre prospettive , è possibile coglierne altri, inimmaginabili, diversi, si possono vedere dettagli impercettibili, minuscoli, nascosti, celati, elementi remoti che hanno contribuito affinché tutto fosse così.
L’indifferenza”, spettacolo scritto e diretto da Pablo Solari, andato in scena al Teatro Argot Studio, scandaglia, si insinua e rivela cosa può esserci dietro una vita apparentemente normale, dietro un presente, anche tutto sommato tranquillo: c’ è sempre un passato, pronto a riemergere, che non si può nascondere.
Proprio il passato, nelle vesti di Aldo, un misterioso uomo, un giorno qualsiasi bussa alla porta di Franco, un ex soldato sposato con Anna, una donna sterile, facendo riaffiorare fantasmi che sembravano rimossi, drammi che si credevano superati, atrocità mai confessate. Dimenticare è più facile di quanto si pensi, però il peso dei ricordi logora, corrode, e prima o poi esplode, uccide e quando si pensa di aver trovato il silenzio, urla , portando con se la scia di paure e incubi che con il tempo si prova ad allontanare. Aldo è dunque metafora di un tempo che fu, è un essere diabolico nonostante il candore dei suoi abiti, il crocifisso e la Bibbia che porta con sè: potrebbe essere un Dio vendicatore, un Dio venuto a fare giustizia, o a compiere un miracolo. Infatti, proprio l’improvvisa e miracolosa gravidanza di Anna innesca un drammatico scontro confronto che lega tutti e tre, portando a galla a mostri repressi, indoli nascoste, azioni indicibili. DSC3000
Si può cambiare la natura di un uomo? Può esistere un futuro non condizionato dai comportamenti e le scelte del passato? Il giovanissimo Pablo Solari risponde a questi quesiti con una drammaturgia che scava in profondità nella psiche e nella sensibilità umana, intessendo un thriller psicologico, un triangolo di personaggi che sono allegoria di una condizione esistenziale e morale, reso registicamente attraverso un ring che da verbale si fa fisico, grazie ad una scrittura che crea suspense e in un crescendo si fa sempre più pungente, tagliente, dolorosa. Intorno ad un tavolo, ora di una casa, ora di un museo, i protagonisti si muovono come pedine mosse da una forza superiore, mentre sullo sfondo c’è una parete, un muro dietro il quale rinchiudere e nascondere le nefandezze del passato.
Woody Neri, nel suo completo bianco, incarna le ambiguità del suo personaggio, metà diavolo, metà Dio, un ‘ entità forse astratta, il passato appunto, spregiudicato e immortale. Calibra benissimo il cinismo dietro il vittimismo, gioca con gli sguardi e la misurata e studiata gestualità, accostando ossimori , sacro e profano, bene e male, vita e morte. È vittima e carnefice di Franco, interpretato da Luca Mammoli, estremamente realista nel rendere con potenza travolgente il malessere, i tormenti e le perversioni di un uomo che ha compiuto qualcosa di atroce, e lo ha custodito in silenzio per anni, trovando respiro solo nelle sue visioni e nell’abbraccio di sua moglie, un’intensa e incisiva Valeria Perdono’, vero e proprio ago della bilancia, perno intorno al quale ruotano le azioni, che determina l’esito degli eventi.
“L’indifferenza” è uno spettacolo che rapisce, cattura nel misterioso reticolo dell’esistenza e ci spinge a riflettere su come spesso si preferisca ignorare, utilizzare l’indifferenza come strumento per arginare ciò che non si vuole vedere o si intende rimuovere. Eppure l’indifferenza è un’arma destinata a fallire. Il passato non si può uccidere, anche colpito più volte si rialza e torna, sempre, perché non siamo altro che il frutto delle nostre azioni, di ciò che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, dei nostri dolori, gioie, incontri. Il nostro futuro dipende dal nostro presente, e il presente dal nostro passato. Domani sarà dunque ieri. Non si può scappare dalle conseguenze del passato, ma si può imparare a conviverci, prendendone coscienza, condividendo il suo peso con l’altro, nella stasi di un giorno qualunque.


Maresa Palmacci 21-12-2019

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