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Il Teatro ha un'anima e "Nel frattempo" ci parla

MILANO – In teatro, di solito, ci trovi degli attori, a volte dei danzatori, altre dei performer. Insomma qualcuno di vivo (si chiama infatti “spettacolo dal vivo”) che si muove, si agita, sta perlomeno, a tratti parla. Ma come fa una cosa ad essere viva (cosa e viva nella stessa frase solitamente stonano, qui no) se non è agita da nessun essere umano? Se sul palco proprio, come un Aspettando Godot, aspettiamo che si palesi qualcuno ma alla fine senti che non è stato importante, che le emozioni sono passate anche attraverso un mezzo “freddo”, che la scossa è stata provocata senza alcuno sguardo, nessuna pausa teatrale, nessun nostro simile nel quale immedesimarsi. Come è possibile che uno schermo, che per sua stessa natura non può dire e quindi scrive, possa farci sentire piccoli e vicini, solidali e uniti, possa farci commuovere, a specchio, parlando alle nostre paure, raccontando la sospensione, nostra e sua dopo un anno e mezzo nel quale il teatro non è stato vissuto, non è stato usato, non è stato calpestato né respirato?foto (C) Laila Pozzo Bruno Fornasari-Tommaso Amadio.jpg

E' il teatro che ci parla, quello fisico, le mura, le poltrone, le americane, il palcoscenico, le funi, i microfoni, ma è anche il Teatro che ci parla, l'istituzione e la cultura, e tutto quello che qui dentro (e dentro tutti i luoghi dove si possa fare e vedere e ascoltare teatro; Peter Brook diceva che “metti un uomo al centro e altri intorno a guardarlo e quello è già teatro”) c'era e vuole tornare ad essere, si muoveva e che è rimasto incrostato per troppo tempo,Bruno Fornasari.jpg sospeso, impaurito, tentennante, come noi là fuori, anzi fuori dal teatro ma chiusi nei nostri loculi ad aspettare un'alba che veniva sempre rimandata. Si chiama “Nel frattempo” questa installazione particolare messa in piedi ed ideata da Tommaso Amadio e Bruno Fornasari che hanno architettato questa macchina che, in quarantacinque minuti, ci ha schiaffeggiato riportandoci alla mente quello che abbiamo passato, trascorso, (non) vissuto, eliminando la dinamica della rimozione dalle nostre memorie e scuotendoci ci ha detto: pensate, riflettete, non buttatevi alle spalle i traumi, soppesateli, teneteli, sciogliete i nodi.

Su quel palco vuoto non c'era nessuno e in definitiva c'eravamo tutti (ah, cosa importante: entrata gratuita, da sottolineare) con le nostre storie di sottrazione rispetto alle nostre vite precedenti. Chi eravamo? Chi siamo diventati? Dobbiamo farci i conti e non nascondere né la testa sotto la sabbia per non vedere né la polvere sotto il tappeto sperando così che tutto sia pulito e lindo.

E' il teatro che ci parla attraverso un deus ex machina, o la sua coscienza, che batte i tasti, è il teatro (in questo caso dei Filodrammatici milanese) che ci interroga cercando uno scambio, una interconnessione, un dialogo con gli umani a sedere sulle poltroncine rosse. E' il teatro che ripensa alla tv, che avrebbe voluto trasformarsi in pizzeria, oppure in night club, tutte scelte fallimentari proprio per la natura intrinseca e la volontà interiore di tutto questo pulviscolo che si sbatte e muove, questo insieme di battiti e di minuzie, questo agglomerato di cose impalpabili ed effimere come gli applausi o le lacrime, i brividi o i colpi al cuore, i pensieri o i sogni. Jouvet diceva: “Niente di più futile, di più falso, di più vano, niente di più necessario del teatro”.

Qui il teatro è uno di noi, è un organismo che ha sofferto, è un'anima che temeva di potersi perdere, il teatro è una forza consapevole e senziente che si apre a noi e si racconta nel suo momento più brutto, la chiusura, la clausura, l'abbandono, il deserto. I tasti battono su una tastiera immaginaria e si concretizzano e materializzano su questo schermo gigante che ci tiene incollati nel seguire i suoi meccanismi cerebrali, le sue intelligenti (a tratti ciniche) digressioni, le sue considerazioni mai banali di intelligenza artificiale con un cuore che pulsa anche senza sangue da pompare. Il teatro pompa emozioni da sempre. Sembra di avere davanti Kit, la macchina del telefilm adolescenziale Supercar, oppure il computer che decodificava il pensiero di Stephen Hawkings. Il teatro è una macchina che però ha pancia e testa, occhi e memoria, scheletro e tutti i sensi aperti per dare e ricevere in un continuo scambio osmotico che svuota e riempie come le onde della marea sulla battigia.NEL FRATTEMPO foto (C) Umberto Terruso.JPG

E' sarcastico quando questo Dio meccanico e terreno (ci conosce molto bene) ci dice che gli sono mancate anche le nostre piccole stoltezze e difetti e debolezze: le caramelle scartate, l'immancabile tosse o un cellulare che suona (e difatti, e non era una gag, dopo poco realmente ad uno spettatore è suonato il telefonino). Lui/Lei ci perdona, è come se ci desse un buffetto, ci spettinasse i capelli dall'alto come fa un padre, uno zio, un fratello maggiore salvandoci, comprendendoci indulgente, assolvendo le nostre piccolezze, stranezze, scempiaggini sceme. Siamo deboli e fragili e a volte anche stupidi ma il Teatro ci vuole bene lo stesso e non perché facciamo volume, non perché riempiamo il suo spazio ma perché sa chi siamo, sa che cosa nel (frat)tempo, in tutto il tempo di frequentazione assidua o scarsa che sia stata, ci siamo detti, ci siamo passati, contagiandoci a vicenda, contaminandoci con la malattia della curiosità, della cultura, del sapere, della conoscenza, del luccichio della volontà di spostare continuamente la nostra asticella personale. Il teatro, come noi, è stato solo, senza alcun contatto. Ci è mancato il teatro ma anche noi siamo mancati a Lui/Lei. Noi siamo indispensabili al teatro ma anche il teatro è indispensabile a noi, anche a quelli che non ci sono mai stati. Il teatro è un luogo di possibilità, di apertura, di dialogo, se rimane chiuso perdiamo tutti una grossa fetta di noi stessi, perdiamo il sogno, perdiamo il domani. Questo “Nel frattempo” è una dedica d'amore di Amadio/Fornasari al teatro, al futuro (forse anche al figlio di Bruno, Mattia nato da un mese), è una dedica agliunnamed (5).jpg spettatori, alle persone che hanno sofferto, è una dedica soffice che si è sciolta in un pianto collettivo e commosso alla fine perché su quel palco vuoto c'eravamo tutti. Forse i balconi erano i nostri personali teatri dove affacciarsi per sentire e prendere parole e visioni, erano la nostra finestra su un fuori immobile che ci stava tagliando le gambe e mangiando i nostri sonni.

La voce di Giuseppe Conte (sembrava una cosa lontanissima nel tempo e invece stiamo parlando soltanto di pochi mesi fa) è stata davvero un pugno allo stomaco, la sua voce e dietro l'imponente Piazza Duomo di Milano deserta, brulla, disabitata, spopolata, apocalittica, post atomica. In quel momento l'entità del Teatro che ci stava parlando/scrivendo ci ha detto non è stato un brutto sogno, ci ha preso per le spalle e ci ha abbracciato, ci ha detto piangi pure se vuoi, non cancellare questo tempo, non buttarlo alle spalle, non nasconderlo, altrimenti tornerà in maniera ancora più devastante, affronta il dolore senza negarlo, fatti attraversare dalle ferite che si rimargineranno più velocemente se le accoglierai come parte di te. Il teatro raccoglie storie e le mette in condivisione con un'autenticità che la vita di noi esseri umani spesso non ha. Senza teatro siamo tutti più poveri. Bentornato teatro, che le tue porte non si chiudano più.

“Il mondo è già abbastanza pieno di brutte frasi.
È pieno di frasi scritte da gente pigra per essere lette da gente che va di corsa.
Io non corro, sono qui e vi aspetto”.

Tommaso Chimenti 11/06/2021

Foto: Laila Pozzo, Umberto Terruso

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