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Il Teatro degli Oggetti: la “topografia sentimentale” di Fulvio Abbate

Oggetto: Dal lat. mediev. obiectum, neutro sost. di obiectus, p. pass. di obicĕre ‘mettere di fronte’ (fonte: dizionario etimologico on line)

Dal punto di vista etimologico, la parola oggetto racchiude un implicito richiamo di responsabilità: “mettere (qualcosa, ndr) di fronte (a qualcuno, ndr)”.
Con il suo “Il Teatro degli oggetti”, Fulvio Abbate – da più di dieci anni – mette in scena una sorta di biografia generazionale, raccontandola attraverso l’evocazione paradigmatica propria dei “gingilli” da mercatino delle pulci.

Già, ma quale generazione?

Al Teatro Vascello – mentre in platea si riconoscono i volti di Francesco De Gregori ed Eleonora Giorgi – si intuisce subito che siamo al cospetto di una sorta di celebrazione compiaciuta della frustrazione di chi è nato nella seconda metà degli anni ’50, è cresciuto nel boom economico, si è indignato negli anni di piombo e poi si è arreso, per dirla con De André, “gettando la spugna con gran dignità”.
Per carità, il più delle volte si tratta di artisti, veri intellettuali, gente che, al cospetto dell’appiattimento culturale dell’ultimo ventennio, si erge come una montagna che scruta dall’alto la vallata. Eppure, anche il più efficace dei dispositivi drammaturgici, se il racconto è appesantito da sedimenti di retorica, appare imperfetto: la coerenza poetica di questo monologo da teatro di narrazione disperde la sua forza via via che Fulvio Abbate passa in rassegna i circa quaranta oggetti protagonisti sulla scena.

Il meccanismo è semplice: un’introduzione e qualche incursione cantata nel tappeto musicale che accompagna il monologo (musiche originali Rudy Marra, alla tastiera il maestro Alessandro Greggia), un racconto che dalla dimensione personale (i ricordi di “zia Gioconda”, gli anni del liceo, Palermo, Roma, ecc.) vira sul comune sentire di chi, accomodato in platea, di quegli anni, di quegli oggetti riconosce tutto, perché ci ha appiccicato sopra i propri ricordi.

Quello che però forse manca di più alle intenzioni del giornalista, scrittore, appassionato d’arte, profondo conoscitore di Camus, è qualcosa che tenga insieme tutto il suo banchetto da venditore di ricordi ambulante: perché partire da Gorbaciov e finire allo “scugnizzo che fuma” di un vecchio detersivo, simbolicamente, avrebbe potuto essere una metafora meditata sulla parabola – ascesa e caduta - di un’intera generazione di idee e ideali.
Invece, tra un gagliardetto del Rotary club di Hiroshima, dei finti occhiali a raggi x degli anni ’70, il pupazzo Rockfeller e la bandierina da conferenza diplomatica delle “Brigate Rosse” si disperde quella vis carica di simbolismo che, partendo da un posacenere rubato in hotel, poteva naturalmente condurre al portafoglio-berretto-penna griffati Gucci, come un atto di autoaccusa, non di resa, ma di responsabilità, appunto.
Questa “topografia sentimentale”, come la definisce lo stesso Abbate, vive comunque di passaggi, momenti intensi legati ad oggetti che rimandano a drammi della storia d’Italia e a sortite brillanti che stuzzicano la curiosità come l’ “edipeo enciclopedico” della settimana enigmistica. Eppure alla fine resta solo un senso di nostalgia che è più vicina alla sconfitta di chi vive di ricordi e di “si stava meglio quando si stava peggio” che di stimoli e slanci per chi – oggi - dovrebbe tentare di rialzarsi dalla vallata e provare a scalare la montagna di un nuovo, necessario, cambiamento.

Adriano Sgobba
03/11/2016

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