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Il Settimo Cielo di Caryl Churchill al teatro India

È Caryl Churchill, la drammaturga inglese definita dal Telegraph la David Bowie del teatro contemporaneo, a firmare la drammaturgia di Settimo Cielo, tradotto da Riccardo Duranti e portato per la prima volta in Italia dalla regista Giorgina Pi, in scena al teatro India dal 19 al 24 marzo.

Sembra esserci del surreale in Settimo Cielo: sarà il gioco di luci condotto magistralmente da Andrea Gallo che crea una dimensione dai contorni lynchiani, saranno i live musicali curati dal Collettivo Angelo Mai, ma a straniare lo spettatore non c’è solo questo, anzi, è nella lingua e nelle inadeguate identità sessuali che è contenuta la vera sfida di questo testo, restituito, però, con una certa fiacchezza.

Settimo Cielo è il viaggio di un gruppo familiare tra le politiche del sesso, in un primo momento ambientato nell’Africa coloniale di fine Ottocento e poi nella Londra degli anni Settanta, esattamente un secolo dopo, anche se in realtà per i personaggi sono passati solo venticinque anni.

Nell’Africa del 1879 trionfa tutta l’ipocrisia della cultura vittoriana, qui esaltata e resa grottesca da una costruzione corale basata sul cross casting, voluto dalla stessa Churcill, quindi, c’è una non corrispondenza tra il sesso dell’attore e quello del personaggio, un travestimento che costringe lo spettatore a superare le categorie mentali e a lasciarsi trascinare nella fluidità che c’è, almeno nelle intenzioni dei personaggi, tra i sessi.

Siamo in una grande residenza coloniale, sullo sfondo c’è un enorme mappamondo delle dominazioni inglesi: è lì e ci ricorda che le perverse ideologie da Rule, Britannia! hanno il sapore del sessismo e la vergognosa violenza della repressione. Nella famiglia patriarcale di Clive (Marco Spiga), un generale a servizio della Corona, c’è un vero girotondo di adulteri, una molteplicità di rapporti omosessuali portati all’esasperazione da una drammaticità sovraccarica d’ironia e paradossi. Dunque, il figlio ha tendenze omosessuali, la tata è innamorata della madre del ragazzino, questa ama un uomo infatuato del figlio. Tutte le perversioni sessuali che abitano l’animo umano sono in gioco e allora tutti i personaggi tentano di ridefinire la propria identità, cercando di ignorare i ruoli che gli sono stati biologicamente assegnati, ma al tempo stesso sono tutti irrimediabilmente repressi sotto il giogo del rapporto sesso e potere.

È l’anelito di qualcosa che non si può ottenere, è il desiderio mancato, è lo slancio sessuale inesploso a suggellare e chiudere questa prima parte. Con una dilatazione del tempo storico – trascorrono cento anni – e una compressione di quello personale – per i personaggi sono passati solo venticinque anni – gli spettatori sono catapultati nella Londra swinging della rivoluzione sessuale. È il 1979 e sullo sfondo non campeggia più il mappamondo dell’impero britannico, ma la sua evoluzione: la gigantografia di Margaret Thatcher che vomita gelati, in questa ambientazione queer e punk ritornano gli stessi personaggi repressi di cento anni prima, ora apparentemente disinvolti. Chi alle prese con un matrimonio eterosessuale andato in frantumi, chi con un amore saffico, in ogni caso, per quanto le convenzioni sessuali comincino a non essere più rigidamente codificate, c’è tuttavia una frustrante impossibilità a scindere l’identità dalla sessualità biologica, quindi rimane ancora l’ossessione culturale di controllare i corpi e l’urgenza personale di fuggire da un ineluttabile destino.

È l’inconciliabilità tra la cultura borghese e quella punk a tessere la ragnatela che incastra i personaggi in tutta la loro complessità, che li costringe a sentirsi sempre inadeguati, fuori legge, vittime di un sistema che anche quando partorisce i movimenti di controcultura non fa altro che rafforzarsi.

Uno spettacolo in cui vince sicuramente l’apparato estetico: le luci che cambiano continuamente e intervengono nel gioco della sospensione dell’incredulità a cui lo spettatore è sempre condannato, le musiche, gli abiti eccessivi e grotteschi, quindi stranianti. Eppure questo non basta, come non basta un cast davvero di alto livello, da Cavalcoli a Sylvia De Fanti, tutto è coerentemente perfetto, tutto riporta in maniera matematica nella costruzione della messa in scena, dal senso profondo ai rapporti tra i personaggi, fino ai rimandi apparentemente labirintici dei cento anni successivi, ma la dimensione emotiva è totalmente depotenziata all’interno di una struttura che non conosce imperfezioni.  

Diletta Maurizi 

 

 

 

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