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Il 2017 delle arti performative: di un anno di visioni e revisioni critiche

Tanto tempo fa, in una galassia non proprio così lontana, le compagnie teatrali erano impegnate per un anno intero – e anche oltre – in esaltanti tournée per portare i propri sforzi creativi in ogni luogo possibile. Vuoi un po’ per impossibilità economica, vuoi anche per la poca lungimiranza di quanti decidono se ospitare o meno i tanti spettacoli, la vita del critico – o, secondo un contemporaneo andante, “operatore” – è diventata quella di un nomade, una figura che si sposta continuamente – quando, anche lui, ha il beneplacito dei propri quattrini – di città in città, per non perdere anche fosse l’unico spettacolo che darà completo senso al suo lavoro, alla sua missione, alla sua vocazione. Certo, nessuno l’ha obbligato né tantomeno chiesto. Ma tant’è…
Potremmo pensare, così, a una grande e potenzialmente infinita scrivania dove, a turno, trovano spazio le diverse opinioni di quanti hanno deciso di tentare di rivitalizzare la linfa per una sostanziale riflessione critica che già da molto tempo si è ripiegata su se stessa. Quello che, molto umilmente, si cerca di fare qui da queste pagine è quello di incrinare il pensiero, creare uno stato di disequilibrio per rimescolare le carte, guidati però sempre, ci si augura, da una coscienza e un senso etico di un mestiere che non incensi né disprezzi qualcosa o qualcuno per partito preso, mediando, perché necessario, con il gusto personale e lasciandosi guidare, invece e soprattutto, dalla visione, dallo studio, dall’amore per la condivisione di una delle forme più intense, trasversali, umane e importanti mai apparse. Quindi, pensando che la fiamma non si spenga mai – diventando un fuoco fatuo – ecco un consuntivo di un 2017 “spettacolarmente” attivo che, per forza di cose, rimane sempre una piccola fetta di un fermento incessante. Nonostante tutto.

 

Emma Dante, “Bestie di scena”, Piccolo Teatro di Milano

Non esiste un dentro né un fuori, nessun limite o quarta parete immaginaria, né ruoli (pre)definiti in “Bestie di scena” della regista palermitana Emma Dante e presentato in prima nazionale a Milano. È un lungoBestie3 e incessante momento risultante dalla somma delle singole situazioni che si susseguono, senza sosta, dove i performer in scena – non-attori – sono prima di tutto loro stessi, semplicemente, ancora e sempre, dei corpi prima che anime. Si muovono, corrono, girano intoro alla scena, si alternano nel guidare le azioni, comandi, danze, gesti, respiri, affanni e silenzi che scandiscono l’incedere dei passi verso il graduale svelamento, il mostrare la pelle, il sudore, i nervi, ogni piccola parte del proprio fisico indifeso e già stremato. All’interno della nera scena vuota, s’innesca un gioco a perdere, quello del ruolo, della vergogna, delle certezze, tutto ulteriormente stimolato da alcuni oggetti vomitati dalle quinte o dal soffitto che determinano processi primordiali e selvaggi di azione/reazione, di “apprendimento” o, se vogliamo, di ammaestramento in un «mondo sconosciuto e insidioso, pieno di pericoli e tentazioni, in cui diventa necessario prendersi cura l’uno dell’altro […] per non perdersi». Allora è solo lui, il corpo, il medium morto che deve essere rivitalizzato dall’interno, attraverso una sottrazione che mostri non solo la finitezza e la rinuncia ma soprattutto la forza in potenza di una costruzione, nella propria scelta, di un’identità. Emma Dante indaga nuovamente la condizione dell’essere umano e del suo stare violentemente al mondo nella crudeltà del quotidiano, di un tempo sospeso che sembra infinito per essere testimoni del primo atto di ribellione di quelle bestie che stanno diventando esseri umani.

 

Toni Servillo, “Elvira”, Teatro Niccolini di Firenze

Il punto di partenza sono delle lezioni – sette in particolare – tenute da Louis Jouvet al Conservatoire National d’Art Dramatique di Parigi. L’intento, quello di interrogarsi, ancora una volta, su cosa effettivamenteElvira2 sia il teatro e perché lo si fa. Era il 1940 segnato dall’occupazione nazista che distruggeva umanamente una città, mettendo in ginocchio un intero mondo. Soltanto quasi cinquant’anni dopo, quella densissima apologia critica diventa “Elvire Jouvet 40”, uno spettacolo (tra)scritto dalla regista Brigitte Jacques. E, come un filo diretto, vede la luce negli stessi anni “Elvira o la passione teatrale”, uno degli spettacoli più importanti del Piccolo Teatro di Milano e di Giorgio Strehler. Con rinnovato sguardo, nella stagione appena trascorsa, Toni Servillo riprende in mano quel punto di vista, tutto il “dramma” di Donna Elvira nella sua ultima apparizione nel “Don Giovanni” di Molière, per quel confronto emotivamente tenero e puro con il protagonista della pièce. Jouvet/Servillo guida la sua attrice Claudia/Elvira alla ricerca della giusta sensazione, del giusto sentimento, della giusta commozione che pervade, tutta, la figura della donna. Le parole si mescolano con l’urgenza di sapere, di partecipare della spirituale pietà, di arrivare alla Verità dell’interpretazione contro un’arte dell’attore degradata, oggi come allora. Con uno spettacolo rigoroso, organico e di una semplice complessità, si rinnova la volontà di riunirsi e riflettere sulla profonda lacerazione interiore che spinge e avvicina al mondo del personaggio, alla sua essenza per quell’atto d’amore verso il mestiere dell’attore e il Teatro, nella mai spenta «incandescenza emotiva» di un tormento della passione.

 

Robert Wilson, “Hamletmachine”, 60° Festival dei Due Mondi di Spoleto

Dopo trentuno anni dalla prima rappresentazione (1986) sul palcoscenico della New York University, Robert Wilson ha ridato nuova vita all’iconico “Hamletmachine” del drammaturgo tedesco Heiner Müller.Hamlet2 L’ha fatto sulla piazza spoletina, conducendo, per questa novella première, i giovani talenti dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. Un testo tanto breve – cinque quadri – quanto denso che si avvicina solo liminalmente alla storia del giovane principe di Danimarca per deformarlo a un grado di de-strutturazione tale da condurlo verso un’implosione inesorabile. Una “macchina” che l’artista texano pensa come un dispositivo, un ingranaggio che ruota su se stesso: è come se sulla scena si sia aperto davanti a noi una delle quattro facce laterali di un cubo immaginario permettendoci di sbirciare all’interno un movimento sempre uguale in una riproposizione continua ma mutata nella prospettiva. Si mette in scena un paradosso, quello di una libertà di azione nella costrizione di un mo(vi)mento ripetitivo, un tentativo – o la ricerca di questo – di «fare a pezzi gli strumenti della prigionia» per raggiungere il cuore di un tempo-spazio dilatato, provando a forzare da dentro la struttura del semplice gesto, mettendolo in mostra – una posa, una mano che si alza, una testa che si gira, un salto, uno sguardo. Nulla sembra procedere verso un punto in quello che è, alla fine, un “racconto” fatto di suggestioni sensoriali tra l’inconfondibile luce azzurra “wilsoniana” – impalpabile e metafisica che rende plastici i corpi degli attori – e un rumore-segnale sonoro di due legnetti percossi che scandiscono, scuotendola, l’immaginazione, il meccanismo, un impianto scenico logico e severo di un artefatto – inteso come qualcosa che percepiamo e che ci troviamo di fronte – in bilico tra oggetto estetico e oggetto artistico.

 

Fabrizio Arcuri, “Ritratto di una Nazione. L’Italia al lavoro”, Teatro di Roma

Ripercorrendo le orme del singolare e ambizioso progetto che è stato “Ritratto di una Capitale. Ventiquattro scene di una giornata a Roma” di qualche anno fa, il Teatro di Roma ha proposto un nuovo affrescoRitratto naz2 territoriale per mettere al centro del dibattito socio-culturale uno degli elementi più importanti per una società: il lavoro. Quello che nobilita – o dovrebbe farlo –, quello che non c’è, quello che s’inventa, quello diventato, purtroppo, peso estenuante nel continuo trascinarsi di uomini e donne arsi da avvelenamenti fisici e dell’anima. È la visione di una nazione, l’Italia, nei suoi molteplici e contradditori sentimenti, bellezze, cinismo, cattiveria, di una quotidianità messa a dura prova. Sono andate in scena, così, le prime nove scene, legate ad altrettante regioni della penisola, di un disegno che si concluderà nei prossimi anni e che ha visto impegnati diversi drammaturghi – tra cui Alessandro Leogrande, Michela Murgia, Marta Cuscunà, Ulderico Pesce, Davide Enia, Vitaliano Trevisan e anche il premio Nobel Elfride Jelinek – per declinare i molteplici aspetti legati al mondo lavorativo. Sembra quasi di vederlo e sentirlo il movimento e rumore del lavoro che produce, che sferraglia scintillante all’Ilva di Taranto intrecciato al sudore dei contadini che lottano per la terra; o quell’orgoglio da lavoratrice, dal retrogusto amaro, di una donna della pulizie nella base Nato americana in Sardegna; la rassegnazione di un “lavoro che rovina” tra benessere e inquinamento; quella pericolosa quanto umana missione dei rescue swimmer per la salvezza anche solo di una vita destinata altrimenti ad affondare nell’oblio dell’oscurità del mare di Lampedusa. Una schiera di attori e attrici – Michele Placido, Arianna Scommegna, Francesca Mazza, Giuseppe Battiston, Roberto Citran, Michele Di Mauro, tra gli altri – danno sostanza e forma alla dignità dell’uomo, al suo processo di formazione e nobilitazione, a quell’Italia “Repubblica democratica fondata sul lavoro” diventato oggi mero slogan per coprire la più cupa e desolante verità, un futuro già in disfacimento. Nel sottolineare il binomio lavoro-salute (meglio ancora, lavoro-morte) e i ricatti etici e confronti morali, “Ritratto di una Nazione” è stato uno spettacolo coraggioso a metà, monco di un’energica sferzata: sembra volerci dire che l’unione non sta facendo la forza, fotografando le cose che sono state senza proporre una soluzione intesa come punto di vista dal quale poter scorgere una possibile salvezza, necessaria per un deflagratore cambiamento.

 

Marco La Placa

29-12-2017

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