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"Il giardino dei ciliegi": il mondo è veramente FICO

BOLOGNA – “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede” (Eugenio Montale, “Ho sceso dandoti il braccio”).

Cosa significa oggi essere borghese e che cosa oggi vuol dire essere comunista nell'accezione più alta del termine?. Di questo e di molto altro è fatto, a strati come pan di Spagna imbevuto di Il giardino dei ciliegi - foto di Luca Del Pia (1).JPGcommozione e grande umanità, il lavoro dei Kepler 452 che hanno prima svuotato e poi riempito con un nuovo, contemporaneo, tangibile, senso “Il giardino dei ciliegi” (produzione ERT). Se alcune parti sono state mantenute, la maggior parte della drammaturgia nasce e scaturisce dall'indagine che si è fatta intervista e poi condivisione e infine solida amicizia, su, e con, una strana coppia che viveva ai confini di Bologna ed ai margini, in quella periferia spaziale, geografica e dell'anima che chi abita in città non conosce, non raggiunge, non pensa che esista. Non riusciamo a vedere oltre il nostro stile di vita se non stigmatizzandolo o provandone un sentimento di vicinanza, per pochi minuti, per poi rientrare nel tritacarne del groviglio di notifiche e falsi miti di pollici e cuori virtuali.

Se nel Giardino cechoviano era un'aristocratica famiglia decaduta ad essere sfrattata dalla loro magione, compreso il campo delle visciole del titolo, qui è la coppia (reale, in scena portano loro stessi, le loro istanze e domande) formata da Giuliano e Annalisa che, dopo aver vissuto in una casa colonica in comodato d'uso dato dal Comune di Bologna, dopo trentadue anni (una vita!) sono stati sfrattati per far posto, in maniera paradossale, a FICO, Fabbrica Italiana Contadina. Ecco che i 108 orti urbani della biodiversità dell'operazione messa in piedi da Farinetti e soci diventano i villini che Lopachin, dopo averlo acquisito all'asta, costruirà al posto dell'appezzamento con gli alberi da frutto. Se il paragone appare all'inizio forzato, non lo sono assolutamente la pienezza dei racconti che vanno ad incastrarsi come tetris per affrescare e ricostruire le vicende e le dinamiche (più emotive che cronologiche, più empatiche che terrene) di questa coppia che aveva trovato la sua pace e che poi, in vecchiaia, gli è stata sottratta con un freddo atto, con dei glaciali comunicati e gelidi timbri burocratici.

Il giardino dei ciliegi - foto di Luca Del Pia (14).jpgGiuliano e Annalisa Bianchi si presentano sulla scena (colma di una miriade di oggetti, quelli che riempivano la loro abitazione, povera ma colorata) impersonando se stessi; adesso leggono, ora inveiscono, impellicciati in un connubio-aggancio tra la Russia del testo originario e il parallelo visivo con tutti quegli animali che hanno sempre ospitato a casa loro: cani, cavalli, mucche ma anche furetti, camaleonti, un leopardo, cinghiali, lupi, un babbuino, un pappagallo. Questa comunità, fatta non di persone e animali, ma di spiriti affini che si capivano e si comprendevano con il linguaggio del rispetto, dell'ascolto e delle carezze, anche se ruvide, è stata dissolta per far posto ad un mostro (simil Expo milanese) che prima distrugge la natura per mettere in mostra, ossimoro, le bellezze enogastronomiche del nostro Paese in una forma asettica e ripulita, immacolata e cittadina: la campagna senza sporcarsi le mani, insomma.

Ed è proprio negli scarti tra il testo ottocentesco e la cruda attualità che cozzano e fanno scintille che si entra, a peso morto, con entrambi i piedi nel fango, dentro questo meccanismo, ideato dall'illuminato Nicola Borghesi (ottima anche la vigorosa ed espressiva Paola Aiello), che ci fa scivolare, con partecipazione, dentro le pieghe di quest'umile famiglia prima relegata ai confini e poi retrocessa nella disperazione. “I luoghi sono di chi li abita o di chi li compra?” è una domanda che può avere infinite risposte. Questa dei Kepler (in scena anche il cantante de Lo Stato Sociale, Lodovico Guenzi, scuola Nico Pepe, con una sua invettiva autocritica appassionata, calda e intensa) è un'iniziativa importante e toccante che, con il linguaggio del teatro, tra la finzione della messinscena e la fotografia sensibilizzata di un piccolo frammento umano del nostro tempo sono riusciti, se ce n'era bisogno, ad esaltare la potenza dei classici, classici proprio perché trasversali nelle epoche e che hanno soltanto necessità di essere nuovamente ri-scoperti, di riappropriarsene con nuova linfa, nuova luce e nuovi occhi.Il giardino dei ciliegi - foto di Luca Del Pia (9).jpg

Questo “Giardino” è anche un omaggio (che ha subito l'oltraggio) all'amore, a quello stare davanti al caminetto per trent'anni (in questo è riscontrabile un fil rouge d'avvicinamento con le Ariette). Ci arriva in platea tutta la tristezza di questa Grande Bellezza. E' anche la tragedia, la vittoria del denaro e la sconfitta delle persone, della modernità sul passato. Quelle tante gabbie vuote sono una metafora ma anche un monito alle nostre vite, al di qua della staccionata, al di qua dalle recinzioni e dalle transenne: non staremo abitando oggetti vuoti senz'anima? Non saremo noi stessi contenitori senza contenuti? Saremo gabbie senza alcun uccello dentro?

Visto all'Arena del Sole, Bologna, il 21 marzo 2018

Tommaso Chimenti 22/03/2018

Foto: Luca Del Pia

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