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"Il deserto dei Tartari" in scena allo Spazio 18b. La Compagnia dei Masnadieri rilegge Dino Buzzati

Disegni e schizzi nero su grigio tratteggiano i contorni non del tutto delineati del profilo della Fortezza Bastiani, sormontata dall’immenso deserto intorno. Questa l’ambientazione fulcro e simbolo dello spettacolo Il deserto dei Tartari, portato in scena dalla Compagnia dei Masnadieri dal 19 al 31 marzo allo Spazio 18b a Roma. Massimo Roberto Beato firma l’adattamento dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati mentre Elisa Rocca dirige i soli tre attori in scena, soli all’infuori dello schermo centrale con i bozzetti e un angolino raffigurante la famosa camera della locanda dalla cui finestra il tenente Giovanni Drogo riflette un’ultima volta sulla vita appena trascorsa prima di lasciarla definitivamente.
Il deserto dei Tartari è una riflessione infinitamente malinconica sul tempo che scorre inesorabile, senza che l’uomo ne abbia percezione nel suo distillare goccia dopo goccia la vita. In un luogo grigio e placido come la Fortezza Bastiani, sorvegliando l’immobile deserto dal quale un giorno o l’altro potrebbero spuntare i temuti Tartari, il tempo sembra non passare mai e il tenente Drogo (il magnetico Alberto Melone) appena ventenne, ritiene una punizione l’essere stato assegnato di guardia in un posto così ameno, ostile. Solo il rapporto sempre più simile forse ad una sorta d’amicizia con il suo superiore, il capitano Ortiz (interpretato dallo stesso Massimo Roberto Beato) lo consola dai giorni sempre più simili tra di loro, fino a quando finalmente qualcosa si muove. Un’occasione mancata, i tagli narrativi compiuti dall’adattamento di Beato, per sviscerare forse il senso vero della crudeltà della vicenda partorita dal genio di Buzzati. Perché al di là della malinconia temporale, dello svuotamento spaziale di un non luogo e di una ferrea e fredda gerarchia militare, nel testo di Buzzati c’è anche una certa crudeltà. La crudeltà manifestata nell’uccisione di uno degli stessi soldati perché uscito dalla Fortezza per recuperare un cavallo senza conoscere l’indispensabile parola d’ordine per rientrare, la crudeltà della triste vicenda di Angustina, dolce soldato spirato sotto la neve fingendo di giocare a carte per caparbietà difendendo il confine dai rivali. Un capitolo a parte, uno dei passaggi più belli e struggenti del romanzo di Buzzati che sicuramente meritava di essere rappresentato, se non addirittura di essere interpretato da un quarto attore.
Nella regia della Rocca c’è un’impostazione ben precisa nel gestire la prossemica fra gli attori, nel forgiarli di un corpo che diventa per prima cosa strumento drammaturgico e (data la povertà dei mezzi) anche scenografico. I tre sono distintamente caratterizzati, accomunati solo dai movimenti scattanti quasi fossero soldatini a molla o marionette, imbrigliati nel codice militaresco che impone rigidità e fissità nei movimenti così come nelle parole. L’andamento dei dialoghi segue una modulazione ben delineata, scandendo ogni episodio della vicenda con l’ausilio di efficaci fermo immagine accompagnati dalle musiche originali di Giorgio Stefanori. Tre attori soli dunque, due dei quali calzano i panni dello stesso personaggio per tutto lo spettacolo mentre Matteo Tanganelli è una sorta di jolly, impegnato nell’interpretazione delle numerose figure di contorno con le quali Drogo entra in contatto, partendo dal dottore che vuole esimerlo dal servizio alla Fortezza al sarto al quale chiede un mantello e addirittura alla ragazza che aveva sperato di amare ancora durante il breve congedo in città. Scelta non facile nonostante la bravura di Tanganelli nel caratterizzare ogni personaggio, alcuni più di altri, in un continuo cambio di posticci e timbriche vocali non sempre riuscito.
Il passaggio più interessante e forse efficace dell’adattamento di Beato messo in scena dalla Rocca sta nel finale: pregna di significato la scelta di rendere Ortiz alterego del protagonista. Due facce della stessa medaglia, due uomini disillusi dalla vita e dall’agognata carriera. Nonostante la distanza generazionale, Ortiz e Drogo hanno in comune il disincanto e la messa a fuoco dell’irreversibilità della loro condizione e ne prendono atto solo nell’incontro finale con la morte.

Erika Di Bennardo

25.03.19

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