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Il cuore dilaniato della tragedia: gli allievi della Silvio D’Amico in “Peccato Fosse Puttana” di J. Ford

Pascal diceva che il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. Nel cuore di Giovanni è scritto un solo nome, quello della dolce Annabella, sua bella e innocente sorella. Un amore sbagliato, perverso, malato. L’aberrazione dell’incesto scavalca il tempo, la forza del tabù rinchiude i due fratelli in una prigione di vergogna dalla quale sembra non esistere via d’uscita se non l’una nelle braccia dell’altro. Tra le lenzuola, nella passione di un bacio, Annabella e Giovanni possono essere fratelli e amanti, nascosti al mondo e al disonore, consapevoli del loro peccato e forse anche del loro destino: hanno poco tempo per amarsi, per godere della loro felicità. La morte li attende entrambi, come il pianto e la vergogna.
Il dramma “Peccato Fosse Puttana” di J. Ford è stato riproposto la sera del 8 febbraio (in replica fino al 13) al Teatro Studio Eleonora Duse dagli allievi dell’Accademia Silvio D’Amico. Lo spettacolo, che ha seguito la traduzione di Nadia Fusino, è stato messo in scena con la regia di Valentino Villa, che sulla scelta dell’opera ha dichiarato: “[...] è la tragedia di chi cerca la libertà nella rivolta assoluta, in una vertigine che nulla potrà fermare. Giovanni e Annabella [sono] esempi di rivoltosi in cerca di uno scontro corpo a corpo con una società normativa, con un’autorità che sa solo minacciare, con un futuro che non fa più promesse”.
E lo scontro, violentissimo, si fa interno ai personaggi, i cui cuori spaccati separano anche le menti, i corpi. Così Giovanni è terrorizzato dalla mostruosità del suo amore ma è al contempo amante ribelle e passionale quando finalmente ottiene l’amore di Annabella, prima timida e virginale poi sfrontata, forte dell’amore sanguigno di Giovanni che le cresce dentro, in una nuova vita che non porterà loro altro che morte. Anche Soranzio, il pretendente di Annabella, è dilaniato dal suo cuore che pompa sangue d’amore e di gelosia, impotente di fronte alla forza di un amore così enormemente proibito.
Animati dalla passione, dal sangue d’amore e di morte, i personaggi si muovono intrappolati negli splendidi costumi (curati dalle allieve del corso di Costume diretto da Maurizio Millenotti), come non vedessero l’ora di lacerarli, di strapparseli di dosso per dare sfogo alla libido, alla rabbia, alla violenza che innerva il loro mondo di sogno dove, dice sempre Villa, “si aggirano in un animato museo delle cere, dove è impossibile ogni appagamento”.
Proprio come statue, gli attori sono sempre soli, rinchiusi in loro stessi, nelle luci e nelle ombre come in un quadro di Rembrandt, contesi tra l’amore e l’onore, tra il sacro e il profano.
Una prova non facile, quella di confrontarsi con un testo così potente e così classico, che gli allievi della Silvio D’Amico affrontano con la forza e la maturità necessarie per dare vita alla tragedia di un amore dilaniato e maledetto, di una passione violenta e sessuale.

Giuseppe Cassarà 09/02/2016

Foto: Tommaso Le Pera

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