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Il coraggio e la resistenza dell'adolescenza in "Ex Antigone" di Maurizio Panici

ROMA – La gioventù ha tutto il diritto di sbagliare, di prendere decisioni avventate, di buttarsi nel fuoco per ideali arroganti, vestendosi di bandiere presuntuose, indossando vessilli precipitosi. La giovinezza deve essere ingenua, naif, sconclusionata, arruffata, lanciarsi nel fuoco, credere, non obbedire ma combattere, mettersi in prima linea, sfidare gli adulti, i genitori, i professori. La gioventù si sente irrisolta e incompresa e non sa che anche gli altri, quelli che adesso sono pompieri, quelli che temporeggiano e che usano la ragione e il raziocinio, quelli che un giorno erano giovani incendiari. La gioventù si sente invincibile, immortale, con tutta la vita davanti che fa peso e schiaccia, che fa vuoto e arena dove correre senza direzione né meta plausibile. Giovane è questa Antigone (davanti alla quale il regista, e curatore dell'adattamento, Maurizio Panici appone un “Ex”) che lotta e si ribella contro gli anziani, i vecchi, i consigli consumati, la moderazione placida, il buon senso. La sua non è ricerca sfrontata della colpa o della punizione ma sottolineare la sua linea, con coraggio, decisione, senza parsimonia, senza pensare alle conseguenze.
Al classicismo delle parole millenarie del Mito greco tracciato da Sofocle fanno da contraltare i video da una parte e la musica dall'altra che bilanciano il Tempo della Storia, inserendo questa Antigone nel solco di una giovinezza diffusa e trasversale, nella quale riconoscersi perché non ci si sente capiti, non supportati o esclusi dalle teorie degli adulti, delle persone responsabili considerate già morte perché non danzano più in faccia al pericolo, perché temono la perdita (chi teme la perdita è ricattabile), perché pensano troppo e agiscono troppo poco.
Negli inserti filmati scene di guerriglia urbana, di lacrimogeni e idranti, di attentati e cariche della Polizia, esplosioni e risse, derive autoritarie e manganelli, kamikaze e razzi, impastati (una miscela anche troppo “giovanilistica” che strizza l'occhio alle giovani generazioni ma che ha anche il pregio di rendere la vicenda commestibile e masticabile e vicina ai ragazzi) con le parole di Sarah Kane e ora Jhonny Cash, adesso Lou Reed per un composto finale molto “contemporaneo”.
Antigone (Valentina Carli ancora acerba, a tratti lascia andare le parole senza crederci, schiacciata dal poderoso personaggio maschile) ha ricevuto il ferreo divieto di andare a seppellire il fratello Polinice, pena la morte. La minaccia non la blocca, non ha paura della morte, si sente coerente e ferma, non cede, non rinuncia alle sue intenzioni, non fa un passo indietro come le chiede e le ordina di fare l'ora paradossalmente impotente Creonte (energico e irruento lo stesso Panici, vitale e baritonale, d'impatto e presenza fisica che riempie di voce e corpo la piccola scena calda dell'Argot trasteverino, che produce la piece).
La ragazza si sente sostenuta dalla Giustizia e non si mette a pensare se il suo sacrificio sia utile, se porti a qualcosa, se sia evitabile, ma sente che deve agire, che non può rimanere nello stallo, nel limbo, nel rimpianto di non aver dato degna sepoltura al fratello. Si immola ma senza alcuna vittoria futura, già sapendo che non otterrà niente con il suo gesto fine a se stesso, che non cambierà l'esito, il destino, l'andamento delle cose. Antigone combatte per la propria libertà, perché sente che la sua vita, senza quel gesto, non ha senso di essere vissuta, fa d'istinto l'unica cosa che le viene da fare, contro tutto, contro tutti, contro qualsiasi razionalità, già sapendo nel fallimento, nella sconfitta, nella condanna. Sa di non avere speranza di successo ma lo stesso si lancia nell'impresa, sa che nessun fattore è a suo favore ma, nonostante questo, non accetta di vivere nell'infamia, nell'ombra di un crimine, assecondandolo con il suo silenzio, facendosene complice con il proprio mutismo.
“Gli eroi son tutti giovani e belli”, diceva il pasionario Guccini. Ma giovani erano, e lo rimarranno per sempre, i partigiani, Giulio Regeni, Peppino Impastato e Giancarlo Siani, e mille altri volti e nomi sconosciuti. Guai a chi li chiama “gioventù bruciata”. Farsi ardere dall'adolescenza è la scelta di vivere da leoni invece che soccombere da agnelli.

Visto al Teatro Argot Studio, Roma, il 21 aprile 2016.

Tommaso Chimenti 26/04/2016

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