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Il cemento della “Maledetta Metropoli” ci omologa e ci trita

CASCIANA TERME – Abbinare le parole “spettacolo di burattini” con la dicitura “Vietato ai minori” è un ossimoro in piena regola, audace, curioso. Pieno di idee, scoperte, vie di fuga e riflessioni è questo dolce e macabro, tenero e inquietante “Maledetta Metropoli” ricreando un piccolo palco sul palco, quasi un cinema, un anfratto buio da “Cinema Paradiso” carbonaro, una catacomba con in fondo una feritoia 16:9 a proiettare storie fantastiche e purtroppo reali, grottesche e quotidiane. Maledetta Metropoli (ideato dall'aretino, e molto schivo, Fabio Modesti, tra i protagonisti della pellicola “Con gli occhi chiusi” della Archibugi), con le sue marionette col nasone adunco un po' Cyrano e un po' Dante, è un'imprecazione, una bestemmia, un urlo inascoltato al cielo con quelle due emme assonanti e musicali che fanno mamma, quindi delicatezza, ma sono anche rincorsa per lanciare strali e sciagure verso l'Altissimo. Siamo piccoli e fragili contro le avversità che ci accadono, le casualità che ci piegano, ci infrangono, ci battono. Metropoli qui fa rima con necropoli.
Maledetta Primavera. Le atmosfere sono francesi, i colori pastellati, un po' sfibrati, densi, dilatati. Sembra di sentire in sottofondo le note di Paolo Conte e Gianmaria Testa, le parole sferzanti di Gianni Brera, quelle rotonde e per niente accondiscendenti di Gianni Mura. L'impasto è da “Appuntamento a Belleville”, l'impianto da “La bottega dei suicidi”. MM ti accarezza con la sua parvenza familiare, domestica, infantile, per poi pugnalarti con il cinismo, l'acidità, la violenza urbana che ogni giorno ci troviamo a dover combattere, soppesare, dalla quale difenderci subendola. Tinte fumè, seppiate, sfumate, flambé, sbiadite ci portano a metà strada tra l'irrazionale dei peggiori sogni kafkiani e la purtroppo reale vita di tutti i giorni tra divieti assurdi, comportamenti inspiegabili delle persone attorno a noi, burocrazie irrazionali, lungaggini d'ogni sorta e tipo.Maledettametropoli1
Ogni maledetta domenica. Dalla campagna alla città è un salto nel buio, nel vuoto; dagli ulivi al cemento, dalle vigne all'asfalto è un carpiato che fa perdere punti di riferimento e sbalestra e disarciona. In piccolo una Commedia dell'Arte prestata alla disciplina dei burattini per una deriva dentro un girone dantesco dove il “nostro” sperduto è vagabondo che si ritrova a camminare tra situazioni e personaggi che ne mettono in crisi la sanità mentale con i loro comportamenti illogici e privi di alcun perché. Ma è il linguaggio (coraggioso anche il direttore del teatro, Andrea Kaemmerle, che ha scovato questa piccola perla e l’ha proposta senza filtri, né paraventi o censure), che ad un primo ascolto può sembrare e apparire volgare e spinto, smodato, offensivo e senza freni, che dona (finalmente) una pasta casalinga e desueta, contadina e rurale con quel retrogusto sanguigno e terreno, felicemente popolare e popolano e ruvido, essenziale, rude e scarno, senza fronzoli, che arriva al sodo, al punto, centra. Dialoghi come schegge in un mondo attentissimo al politicamente corretto, frasi come frecce contro l'omologazione, parole rancide contro il perbenismo.
Maledetto il giorno che ti ho incontrato. La metropoli sullo sfondo (ci appare come il “tragitto” disegnato ne La Linea di Cavandoli oppure un elettrocardiogramma) sono palazzoni che richiamano lo Z.E.N. evocato da Edoardo Bennato, Le Vele di Scampia di Gomorra, i casermoni della periferia campana di “E' stato il figlio”, le borgate del primo Eros Ramazzotti in “Adesso tu” o il grigiore esistenziale de “L'ultimo terrestre” di Gipi. In questa urbe tentacolare il protagonista è un forestiero che in questa via crucis capisce di non essere il benvenuto, un randagio malcapitato bucolico che soccombe sotto le angherie. Come un Pinocchio immerso e perduto dentro quello che credeva essere il Paese dei Balocchi, viene truffato, sedotto e abbandonato, avvelenato da una megalopoli dove convivono i peggiori istinti e reati nella più totale normalità e accettazione: “Maledetta Metropoli” (maledettametropoli.ti) non ha paura di toccare temi spinosi e scivolosi come la prostituzione, le violenze domestiche, lo sfruttamento e lo sbando minorile, la pedofilia, l'alcool, l'abuso di sostanze mettendo sul piatto della bilancia opposto una decrescita felice che punta sull'incontro delle persone, agli sguardi, sullo stare insieme, sui rapporti di vicinanza. La recessione, prima umana e poi economica, prima valoriale e successivamente finanziaria, si combatte con il “restare umani” di Vittorio Arrigoni, con quel mano nella mano che non è il classico e banale “e vissero tutti felici e contenti” ma può essere la soluzione ai nostri mali. Quella maledetta ultima meta.

Visto al Teatro Verdi di Casciana Terme, il 1 ottobre; il 10 ottobre al “Lato B”, Milano

Tommaso Chimenti 03/10/2016

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