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“Il Canto Della Rosa Bianca”: la forza della parola va in scena al Doit Festival

«Fate resistenza passiva, resistenza ovunque vi troviate; impedite che questa atea macchina da guerra continui a funzionare, prima che le città diventino un cumulo di macerie (...). Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera!».
In quel regno immerso nel sonno che era la Germania nazista, tra il ’42 e il ’43, un gruppo di studenti dell’Università di Monaco improvvisamente si risveglia, dando inizio a quella presa di coscienza culturale e morale, esperienza unica e straordinaria nella resistenza tedesca, che va sotto il nome di ‘Die Weisse Rose’, la Rosa Bianca.RosaBianca1
In due serate, il 21 e il 22 marzo, in apertura alla seconda settimana del Doit Festival, la Compagnia Indole Teatro, giovani attori, tutti ex allievi dell’Accademia del Dramma Antico, porta in scena il significato profondo di un’esperienza tutt’altro che reclusa agli anni bui in cui si è svolta. “Il Canto della Rosa Bianca. Studenti contro Hitler”, per la regia di Maurizio Donadoni costituisce allo stesso tempo un lavoro di ricerca, una sfida alle forme del teatro contemporaneo e un tentativo di riaffermare la forza di una messa in scena costruita esclusivamente sulla parola dell’attore.
Ricorda molto del teatro di Brecht questa assenza quasi totale di scenografia, che non si preoccupa di esporre platealmente i meccanismi della finzione scenica, con gli attori che si preparano sotto gli occhi del pubblico spettatore. La vicenda si fa quindi narrazione prima ancora che rappresentazione. Un racconto che, per quasi metà dell’opera, assume i toni della favola satirica e difatti, come tutte le favole che si rispettino, comincia nel modo canonico: “c’era una volta...”. Davanti agli spettatori si snoda a ritmo concitato la parabola di Adolf Hitler, apolide, artista mancato, “clown demoniaco”, dalle sue origini di figlio senza talento di una povera famiglia austriaca fino alla presa del potere. Una prima parte che diverte senza cedere alla retorica, alternando l’italiano al tedesco, con il preciso intento di “scrostare”, attraverso l’arma dell’ironia e della satira, l’immagine canonica del nazismo. Un tentativo che, per riprendere le parole di Brecht, vuole “distruggere l’ammirazione per i grandi massacratori”. Esattamente lo stesso proposito che il drammaturgo tedesco si ripropone in un’opera come “La Resistibile ascesa di Arturo Ui”, incentrata anch’essa sull’ascesa di Hitler al potere. Un’operazione che inevitabilmente spinge il pubblico alla riflessione, fornendo agli spettatori un’immagine semplificata, ma assolutamente efficace, di un evento storico complesso.
RosaBianca2E la compagnia Indole Teatro fa tutto questo ponendo l’accento sulla parola, sulla forza ma anche sui pericoli della parola quando questa si fa propaganda o, per fare un esempio più vicino ai giorni nostri, pubblicità. «Mio caro Herr Hitler, che si tratti di fede politica o di una pomata per capelli la cosa che conta davvero è una sola: la pubblicità». Questo lo snodo sul quale si vuole far riflettere, un meccanismo semplice e allo stesso tempo così capillare, da costringere un intero popolo all’assuefazione e alla perdita di coscienza.
Gli unici a sottrarsi a questo processo sono i giovani componenti della Rosa Bianca, studenti come tanti, antieroi dalle debolezze umane. Conclusasi la favola del clown Hitler, il ritmo della narrazione comincia a rallentare, la satira lascia il posto ad una recitazione più drammatica e partecipata, ma che non rinuncia, ancora una volta, a svelare i propri trucchi: come in un passaggio di testimone, gli attori si alternano nel ruolo di narratore, che è anche intervistatore dei personaggi, colui che non si ripropone tanto di insegnare, quanto di dare voce alle tante singole identità che si alternano sulla scena. La parola stavolta, abbandonata la propaganda, diventa canto di rivolta, un’esortazione alla solidarietà e all’impegno civile prima ancora che politico. Un tentativo destinato però a scontrarsi con il muro di indifferenza dell’epoca, specialmente, conclude amaramente il narratore, dei giovani. Eppure quei fogli di carta grezza sono arrivati in qualche modo fino a noi e continuano a metterci in guardia, nell’era di internet, dei social, del “purché se ne parli”, dagli effetti della parola distorta, che trovano sempre, nei momenti storici di crisi, un terreno fertile in cui attecchire. Finito lo spettacolo, sul palco resta una coltre di volantini completamente bianchi: la definitiva vittoria della parola viva dell’attore su quella scritta.

Desirée Corradetti 22/03/2017

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